Le otto montagne, di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch

Nonostante perda intensità nell’ultima parte, al film va riconosciuta la capacità di restituire la malinconia delle cime, delle rocce, degli sterpi e delle foglie. Concorso.

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Ogni estate il piccolo Pietro lascia la grigia Torino e va a stare con i genitori fra le montagne, nella casa di famiglia a Graines, piccolo villaggio della Valle d’Aosta. È lì che incontra Bruno, unico bambino rimasto vivere nel paese con gli zi. Fra i due nasce un’amicizia molto profonda, destinata a durare nel tempo.

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Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch portano in Concorso a Cannes Le otto montagne, adattamento dell’omonimo libro di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega 2017. Un film in cui le cime della Valle d’Aosta, imponenti e silenziose, riempiono spesso e volentieri il formato in quattro terzi scelto dai registi e, insieme alla coppia Marinelli-Borghi, sono a tutti gli effetti protagoniste della storia. Certo, Cognetti si concentra sulle montagne è vero (d’altronde è proprio in quei luoghi che risiede lo scrittore) ma il ragionamento che sta alla base della storia (e del film) si fa più ampio, e diventa in fondo una riflessione sui luoghi, sul rapporto che gli esseri umani hanno con essi, su quanto lo spazio in cui cresciamo o abitiamo influisce sulla nostra vita e sul nostro destino, definendoci e, talvolta, condannandoci.

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Quando Pietro, ormai trentenne, decide di iniziare a viaggiare, ascolta in Nepal la storia delle otto montagne, ossia la terra concepita come un cerchio diviso in otto spicchi, con un centro: sono le otto montagne e rappresentano il mondo, mentre il centro è quell’unica montagna che domina il tutto, ma che forse pur dominando, comunque ci relega in una visione un po’ limitata del restante spazio a disposizione. Ed è qui che è racchiusa la differenza fra Pietro e Bruno, il primo inizialmente chiuso e bloccato ma presto capace di prendere il largo, l’altro legato inesorabilmente alle montagne da cui proviene e a cui è stato relegato fin da bambino.

Le otto montagne racconta dunque un’amicizia profonda proprio in virtù delle differenze fra i due protagonisti, che seguiamo fin da bambini; una storia narrata con un andamento che ha il tono calmo del procedere letterario, e che verso la fine, va detto, perde un po’ di mordente, restituendoci un’ultima parte un po’ sbiadita, come priva dell’intensità giusta. Ma ci si può passare sopra, perché  è comunque un film di immagini accorte questo di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, attente alla terra, racchiusa in un formato che fa pensare alle vecchie diapositive, o che nella cura della luce ci ricorda i bei versi sulle montagne della giovane Antonia Pozzi. Insomma, nonostante il non saper gestire l’eccessiva lunghezza, ai due registi va riconosciuta la premura nel riprendere lo spazio, la capacità di restituirne la durezza e i cambi di umore, quando dal rigido inverno si passa all’estate, in un tempo scandito chiaramente dalla lucidità delle montagne. E questa meticolosità sembra quasi voler parafrasare quello che ad un certo punto Bruno spiega agli amici di città di Pietro, e cioè che il termine natura è un termine terribilmente vago, utilizzato  dai cittadini, che ne hanno un’idea solo astratta. Quest’ultima è invece complessa, ogni elemento ha un suo nome preciso, che sia in dialetto o no (una particolare nota di merito va a Borghi e alla sua parlata in patois valdostano) che sia cima, o pietra, torrente, foglia, sterpo o roccia.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
2.75 (4 voti)
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