Le strade del male – The devil all the time, di Antonio Campos

La violenza ha radici antiche e profonde nella storia dell’uomo: è genetica, tramandata e modernizzata ad ogni generazione, prendendo piede tanto più lo permette il contesto che circonda la persona. Ma le origini scientifiche non sono il fulcro alla base di Le strade del male (The Devil all the time): l’opera vuole indagarne invece le motivazioni spirituali e filosofiche, sondando l’animo umano e spingendo a una riflessione che lo mette in contrasto con l’ordine naturale delle cose, chiedendosi se tali azioni siano parte di un disegno più grande, se siano spontanee e governate unicamente dal caso, o se siano entrambe le cose.

Ambientato negli anni ’60, racconta la decadenza di quell’America più viscerale che il cinema conosce così bene: quell’atmosfera cavernosa, involuta e desolante quanto le sue distese di meraviglioso verde insanguinato che fanno il profondo sud. A fare da ambientazione sono due cittadine degli Stati Uniti, Knockemstiff (Ohio) e Coal Creek (West Virginia), “che non sono che due punticini sulla mappa degli USA” come dice in voice over Donald Ray Pollock (autore del romanzo da cui è tratta l’opera); da narratore onnisciente anticipa e riflette su quanto accade e, come marchio di fabbrica di queste allegorie, rappresenta colui che guida lo spettatore nella sua difficile discesa agli inferi. Una catabasi che parte da una comunità di appena 400 anime, dove “tutti sono imparentati tra loro” e che arriva fino alle viscere del male – un male insito nella natura umana, che cresce nell’ego, nella lotta per la sopravvivenza e nell’ignoranza, generando a sua volta fanatismo e falsi miti. Desolazione, piccole comunità, predicatori nei ruoli di leader, domeniche in chiesa, personaggi devoti e/o privi di prospettive, autostop, conservatorismo; parrebbe quasi una metafora che vede il suolo sud americano come il domicilio del male primordiale, la casa del diavolo, che in quel territorio ha trovato – e trova ancora – terreno fertile per ramificare e radicalizzare. Anche per questo che il film di Antonio Campos si ambienta nel passato pur rimanendo contemporaneo.

Le strade del male è un racconto spezzettato che abbraccia un ventennio di storia e riguarda più famiglie, lontane tra loro ma che inevitabilmente vanno a imbattersi in un intreccio che le vedrà unite in un unico destino (o caso). 1945. Il soldato Willard Russel (Bill Skarsgard), reduce dalla seconda guerra mondiale, torna a casa profondamente traumatizzato e senza avere più la fede dalla sua parte. Nonostante ciò la volontà di crearsi una casa e una famiglia si annida fortemente dentro di lui, idea che nasce quando incontra in una tavola calda quella che sarà la sua futura moglie. Al contempo, la giovane fedele Helen Hatton (Mia Wasikowska) si lega al predicatore Roy Laferty (Harry Melling) della stessa chiesa frequentata dalla mamma di Willard Russel, mentre il serial killer Carl Henderson (Jason Clarke) sposa la cameriera Sandy (Riley Keough), sorella dello sceriffo corrotto Lee Bodecker (Sebastian Stan), dopo averla incontrata nella medesima tavola calda. Cammino pericoloso in cui si incrociano tutti questi sentieri, mettendo in scena un dramma minimale basato sulla sorte ma che è anche un’epopea su come il male venga continuamente tramandato e, anche se nato assai prima, si propaghi come un virus in cerca di nuova vita da distruggere, espandendosi soprattutto grazie a cattivi insegnamenti e al condizionamento delle nuove generazioni. La religione, vissuta nella paura e nell’ignoranza, è il collante; il fanatismo, che porta prima alla sofferenza e dopo alla morte, è il diavolo.

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La storia – appoggiata da un magnifico cast corale caratterizzato e armonizzato – parla di tanti, ma poi si semplifica fino alla vita di uno solo, Arvin Russell (Tom Holland), risultando anche un contorto racconto di formazione. Dopo la morte della madre e il conseguente suicidio del padre, Arvin viene cresciuto dai nonni assieme alla sorellastra Lenora, orfana del predicatore Roy e della sua compagna Helen. Tra tutti è il personaggio più distante dalla fede, l’agnostico, colui che fin da bambino ha provato sulla propria pelle il male del fanatismo, cogliendo con rapidità le bugie di un Dio assente che, anziché donare, toglie.

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Purtroppo eredita dal padre un monito malsano che lo condurrà verso un vortice fatto di violenza, trasformandosi da passivo osservatore in attivo vendicatore, in una missione che potrebbe liberarlo dai suoi demoni o imprigionarlo per sempre – conclusione che confeziona un finale esegetico ed esplicativo, chiudendo l’ultimo arco narrativo con un dilemma senza risposta. L’illusione del racconto risiede proprio nel suo finale aperto e nel Dio forse silenzioso forse inesistente, racchiuso in un disegno già stabilito per cui tutti gli eventi raccontati sono motivati e mossi dal destino o in un libero arbitrio ove vige solo il caos.

Campos usa i personaggi, diversi anche nel loro modo di intendere cosa sia e cosa voglia dire Dio, per indagare su quali siano le ragioni che si celano dietro le azioni legate alla fede; una fede spesso malsana, che ha presa facile sulla società, poiché in assenza di altro è l’unico appiglio alla speranza per persone che vivono in comunità minuscole ove le prospettive sono scarse. È un’idea di speranza che esiste solo ai margini e che viene smorzata prima ancora di immaginarla dalla stessa narrazione extradiegetica di Donal Ray Pollock. Si scopre così un credo ipocrita e opportunistico, racchiuso in un do ut des (o, in senso più megalomane, con l’uomo che si sente direttamente Dio o suo discepolo, in modo da giustificare le sue azioni più brutali) e in un credo ingenuo, legato in particolare all’ambiente povero e arretrato in cui si cresce.
Pur trovando analogie con le ambientazioni dei fratelli Coen e nella prevaricazione della violenza inarrestabile che governa il mondo insita in Non è un paese per vecchi, in cui solo i più forti – o folli – possono sopravvivere, e pur condividendo lo stesso carattere pulp, in Le strade del male permea una concezione ancora più dolorosa.
Questo tipo di indagine non è nuova, e le sue tematiche sono già state affrontate; ma in questo epos, in cui confluiscono storie di guerra, omicidi, suicidi, predicatori dalla dubbia moralità (un talentuoso Robert Pattinson), credenti ipocriti e squilibrati, l’esagerazione degli eventi è motivata, spiegata attraverso il messaggio che più è difficile digerire: il male esiste tutto il tempo e viene tramandato dall’umanità di generazione in generazione, si insinua nei figli che, inermi, vedono il propagarsi continuo della violenza.
Il regista non porta in scena l’estetizzazione della violenza, non ne racconta il fascino, ma solamente la sua infima natura.

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Titolo originale: The Devil All the Time
Regia: Antonio Campos
Interpreti: Tom Holland, Bill Skarsgård, Riley Keough,Jason Clarke, Sebastian Stan, Haley Bennett, Harry Melling, Eliza Scanlen, Mia Wasikowska, Robert Pattinson, Douglas Hodge
Origine: USA, 2020
Distribuzione: Netflix
Durata: 138′

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)

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