Le strane licenze del caporale Dupont, di Jean Renoir

Renoir, alla sua penultima regia, rilegge l’esperienza della prigionia di guerra, caricando il film di un’ironia sottile e un ritmo avvincente. Un’opera meno ambiziosa ma comunque emozionante. Netflix

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Jean Renoir tocca per la seconda volta, a venticinque anni da La grande illusione, il tema dell’esperienza cameratesca nei campi di prigionia in tempo di guerra. A fare da sfondo alle vicende narrate ne Le strane licenze del caporale Dupont, è questa volta la Seconda guerra mondiale e, in particolare, l’occupazione nazista in Francia che si concretizza nel giugno del 1940. Il film si apre, infatti, con delle immagini d’archivio storico che si concludono con la marcia delle truppe tedesche sugli Champs-Elysees. Fin dall’incipit Renoir instaura un dialogo continuo tra la Storia cruda e oggettiva degli archivi storici e la storia di grande umanità e desiderio di libertà filtrata dalla lente dell’obiettivo cinematografico.

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Alla marcia trionfale delle immagini di repertorio segue la marcia della vergogna dei soldati francesi verso il lager di Zielberg, nel quale i prigionieri di guerra sono accolti da un unico ordine: “Arbeit, Arbeit, Arbeit”. I soldati francesi sono chiaramente di un’altra idea ed escogitano qualsiasi tipo di piano per poter fuggire e fare ritorno in patria, in primis il caporale Dupont (Jean-Pierre Cassel), Pater (Claude Brasseur) e Ballochet (Claude Rich). I tre soldati provengono da estrazioni sociali diverse e si mantengono svolgendo mestieri che poco hanno in comune tra loro. Ma la guerra li ha avvicinati, inserendoli nello stesso contesto spazio-temporale e abbattendo qualsiasi tipo di barriera sociale. “Un amico è un amico” sotto le armi, la divisa è uguale per tutti e non esistono valori che non siano trasversali tra i prigionieri del lager, da qualsiasi estrazione sociale questi provengano.

Il fiore de La grande Illusione è definitivamente appassito. Il mondo dei Boeldieu e dei von Rauffenstein è caduto sotto i colpi delle cannonate e delle mitragliatrici tra le trincee della Prima guerra mondiale. Il riconoscersi in certi valori come l’onore e il rispetto è stato definitivamente seppellito con la scomparsa dell’aristocrazia. Eppure, in Le strane licenze del caporale Dupont è forte come in La grande Illusione il ritrovarsi uguali davanti alla condivisione della medesima sorte. Il comune denominatore è l’essere umani, sempre e comunque, anche quando questa condizione comune viene messa a dura prova dai campi di lavoro tedeschi.

Ecco che allora Renoir carica il film di un’ironia sottile che da una parte alleggerisce e dall’altra contrasta il peso e la brutalità degli aridi terreni dei lager tedeschi. Le ripetute fughe di Cassel hanno sempre un risvolto comico e perfino uno amoroso. Ma non passano inosservati anche i momenti più duri della prigionia dei soldati francesi: le punizioni disumane per essere fuggiti o i suicidi causati dall’inevitabile disperazione accumulata negli anni.

Nel complesso Renoir realizza un’opera sicuramente meno ambiziosa delle precedenti ma che riesce sempre a risultare avvincente ed emozionante. Dopo Le strane licenze del caporale Dupont il regista francese realizzerà il suo ultimo film Il teatrino di Jean Renoir. Gli ultimi tasselli di una delle filmografie più importanti della storia del cinema.

 

Titolo originale: Le caporal épinglé
Regia: Jean Renoir
Interpreti: Jean-Pierre Cassel, Claude Brasseur, Claude Rich, Jean Carmet, Jacques Jouanneau, Conny Froboess, O.E. Hasse, Guy Bedos
Distribuzione: Netflix
Durata: 106′
Origine: Francia, 1962

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
3 (2 voti)
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