Leave No Traces, di Jan P. Matuszyńsky

Una narrazione appassionata che non sempre fa lavorare a dovere la macchina del cinema che racconta la vicenda della morte di Grzegorz Przemyk aggredito da tre agenti. Concorso.

Fu nell’epoca di Solidarność che la Polonia riscoprì il diritto alla libertà di parola e di opinione, una stagione felice che ebbe anche i suoi risvolti inattesi e non tutti positivi. Qualcosa in quella rivoluzione evidentemente non ebbe a funzionare perfettamente attesa l’odierna situazione politica di quel Paese. In quel lungo cammino verso una libertà da conquistarsi metro per metro – anche con l’aiuto della Chiesa Cattolica e l’impegno civile di padre Popiełuszko, in Polonia il suo maggiore rappresentante – il regime, guidato da un comunismo malinteso e corrotto, era ancora in grado di governare le cose, controllare i propri governati e agire con le mani libere per una gestione del tutto arbitraria del potere.
È in questo clima di incipiente rivolta che accadono i fatti raccontati in Leave No Traces di Jan P. Matuszyńsky. Il film racconta la vicenda della morte di Grzegorz Przemyk, giovane studente aggredito con l’amico Jurek Popiel in una centrale piazza di Varsavia da tre agenti della Polizia e poi portato nel commissariato dove i poliziotti si trasformano in aguzzini pestando a morte il ragazzo. La madre, Jurek e gli amici stretti si prodigano per fare venire fuori la verità, ma l’apparato statale mette in opera tutte le possibili manipolazioni e tutti depistaggi disponibili per occultare una verità lampante che non emergerà nella sua drammatica realtà neppure nell’aula di tribunale.
È una storia, quella del giovane Grzegorz, che ci fa tornare alla mente quelle di casa nostra, e sicuramente che viene alla mente è quella di Cucchi e degli altri, vittime di queste violenze. Il giovane regista polacco, sulla sceneggiatura di Kaja Krawczyk-Wnuk a sua volta tratta dall’ omonimo libro di Cezary Łazarewicz, confeziona un film teso e senza respiro e per nulla legato al passato del cinema polacco. È forse questo il primo e principale elemento che salta agli occhi dopo la visione di Leave No Traces, l’abbandono – il tradimento? – di una tradizione cinematografica per un film che va in tutt’altra direzione. Matuszyńsky tradisce la solida e grande tradizione del cinema polacco infrangendo ogni regola e volgendo il suo sguardo in tutt’altra direzione rispetto al passato. Il pregio è il coraggio di dare avvio ad una piccola rivoluzione culturale, il difetto è quello di non inventare troppo, restando sul pezzo, ma anche sulla stretta cronaca degli eventi senza far lavorare a dovere la macchina del cinema. Leave no traces con il suo imprinting di cinema da impegno civile resta pregevole per avere fatto conoscere una piccola storia tragica, ma il film resta ancora acerbo nella sua elaborazione, nella sua invenzione di forme originali (pensiamo alle invenzioni di Il processo ai Chicago 7) che lo rendano compatibile con una empatica relazione con i nostri tempi. Matuszyńsky è vero che possiede il coraggio di rompere ogni tradizione facendo piazza pulita del passato con un film che trova il sapore del cinema anni ’80 con un effetto di sgranatura credibile e contestuale alla storia tanto da assomigliare, sotto questo profilo, ad un prodotto occidentale, tanto il racconto è incalzato da un montaggio efficacemente ritmato, da assomigliare ad un legal movie americano, ma è anche vero che Matuszyńsky non contestualizza il racconto nella contemporaneità che ci appartiene.

Leave No Traces a tratti sembra essere un reperto del passato ed è anche per questo che appare davvero come un oggetto “fuori posto” per essere un film dell’est e fuori misura per assomigliare del tutto ad un film dell’occidente. A Matuszyńsky va però riconosciuta l’onestà di una narrazione appassionata e il film, nella sua sincerità di intenti, sa dimostrare l’asfissiante e capillare pervasività del regime che controlla, depista, manipola, modella e coopta sempre nuovi adepti a favore di ogni proprio tornaconto. Tutto questo lavoro di sottobosco politico e di opportune sostituzioni a capo degli uffici, porterà i suoi frutti e la sconfitta umana e politica delle vittime di questa vicenda, così triste e dimenticata, sarà gravissima con altrettante tragiche conseguenze. Tutto il futuro prossimo sembrava preannunciato in quelle voci di libertà che ancora faticavano a farsi riconoscere, ma che già riecheggiavano in una Polonia stanca di quel regime e ancora per qualche anno quella nomenclatura, che continuava ad autoassolversi grazie al complice e colpevole silenzio di molti, avrebbe vinto a mani basse contro ogni diritto e ogni principio di libertà.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Sending
Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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