Legittima difesa, di Henri-Georges Clouzot

L’inferno di Clouzot. Dopo la sospensione della sua attività in seguito alle polemiche e l’accusa di filonazismo per Il corvo, il suo cinema diventa ancora più nero. Nel sottofondo grigio e le improvvise luci taglienti della fotografia di Armand Thirard (tra i più assidui collaboratori del regista) che sembra lasciar emergere dal fondo i mostri e gli orrori della Francia. A cominciare dalla descrizione degli ambienti. Come quelli sordidi degli uffici della polizia, proprio a Quai des Orfèvres a Parigi, o del music-hall. O dagli sguardi dei protagonisti. Carichi di malato desiderio, di inganni nascosti e svelati.

Maurice (Bernard Blier) è gelosissimo della moglie Jenny (Suzy Delair) soprattutto dopo che la donna ha accettato un invito a casa da Brignon (Charles Dullin), un vecchio libertino che poiu viene trovato morto. Le indagini dell’ispettore Lamour (Louis Jouvet) sembrano inchiodare Maurice. Ma la verità è diversa.

Tratto dal romanzo omonimo di Stanislas André Steeman, Legittima difesa (in originale Quai des orfèvres) scende nel profondo degli abissi del cinema di Clouzot. In un universo oscuro, popolato da personaggi solitari, inappagati nei loro sogni di una vita migliore. E Clouzot ha la grande capacità di mettere subito le carte in gioco sin dall’inizio. Con pochi ma risolutivi dettagli. Come quello di Maurice che suona distrattamente il piano mentre guarda la moglie che sta ridendo e si fa toccare sulle gambe. Ma è ancora oggi, a più di sessant’anni dalla sua realizzazione, un cinema estremamente innovativo per alcune scelte stilistiche come lo zoom sul cadavere. Ed è sempre più popolato di ombre. Tutta la sequenza notturna di Maurice che va allo spettacolo, semina indizi della sua presenza (il cappotto al guardaroba) e poi sparisce perché ha in mente di far fuori Brignon è da antologia. Come la figura di Lamour, con Louis Jouvet sospeso tra realismo poetico e noir, che mette in gioco tutta la malinconia e il disincanto del cinema di Clouzot. Che però si apre anche a degli squarci profondamente umanisti. Come nel rapporto tra l’ispettore e il figlio.

Legittima difesa è anche una resa dei conti personale. Forse nella figura di Maurice, accusato ingiustamente di un delitto che non ha commesso, c’è proprio la storia dello stesso regista. Che già non fa sconti a nessuno. E dove il principio di colpevolezza, come anche nel suo cinema successivo, diventa arbitrario. Nella scena dell’interrogatorio dell’ultima notte dell’anno, è racchiuso uno dei frammenti più significativi del suo cinema. Premio internazionale per la regia al Festival di Venezia del 1947.

 

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Titolo originale: Quai des orfèvres
Regia Henri-Georges Clouzot
Interpreti: Louis Jouvet, Bernard Blier, Suzy Delair, Simone Renant, Charles Dullin
Durata: 105′
Origine: Francia 1947