"Lei è troppo per me", di Jim Field Smith

lei è troppo per me

Smith tiene le fila con un ritmo travolgente, soprattutto nella prima parte. Riesce a catturare la bellezza nascosta di una città apparentemente anonima come Pittsburgh e recupera le traiettorie di un immaginario da commedia adolescenziale anni ’80. Mostra la capacità di giocare ironicamente con i cliché, soprattutto grazie alla caratterizzazione dei comprimari. Una sottile e progressiva sovversione degli stereotipi, che raggiunge il suo culmine nel finale, quando tocca alla donna fare l’uomo e mettersi in gioco con la dichiarazione decisiva

lei è troppo per meKirk (Jay Baruchel) è un giovane imbranato, addetto alla sicurezza negli aeroporti. Da tre anni non riesce a togliersi dalla testa una vecchia fiamma, una collega meschina e insopportabile, che per di più ha legato con la sua strampalata famiglia. Gli amici dispensano consigli, finché non accade l’imprevisto. Una bionda mozzafiato (Alice Eve) si fa avanti. E Kirk deve fare i conti con le proprie insicurezze. She’s Out of My League… Il titolo originale del primo lungometraggio di Jim Field Smith, ragazzone trentunenne che si è fatto le ossa come sceneggiatore per la TV, parla chiaro. Lei è fuori classifica, oltre la mia portata. Il senso è tutto qui. Come si vince la paura, la percezione netta di esser fuori dai giochi, di esser inadeguati e costretti nei binari di una vita che procede senza scosse? Come si supera il complesso del perfetto perdente? Da queste parti si dice: chi ha paura, non va con le belle donne (traduzione edulcorata). Ecco. La sceneggiatura di Sean Anders (il regista di Sex Movie in 4D) e John Morris traccia il più classico dei percorsi di maturazione, quello in cui la formazione dell’identità passa innanzitutto attraverso l’accettazione di sé. E, come è ovvio (e come è ormai tipico per Anders), gioca sull’opposizione tra la ridicola ‘sfortuna’ della normalità e l’eccezionalità della bellezza. La guerra tra i sessi come attrazione degli opposti, congiunzione di mondo astrali distanti. E’ dallo scontro tra carica positiva e negativa, dall’apparente impossibilità di colmare la distanza che nascono la storia e la situazione comica. Ma la grandezza del divario è sempre direttamente proporzionale alle possibilità di rinuncia. Ed è proprio su questo punto che crescono la malinconia e il romanticismo. E’ il gioco degli stereotipi. Fin qui nulla di nuovo. Ma tutto il lavoro sui personaggi secondari, sugli amici e i nemici disposti in coro, introduce un ulteriore elemento: una comicità demenziale e corporea, una deriva di salutare stupidità e necessaria volgarità. L’intempestiva ‘esplosione’ di Kirk all’arrivo dei genitori di Molly, la depilazione genitale con tanto di ‘barbiere’. Ce n’è per tutti i gusti. Jim Field Smith tiene le fila con un ritmo travolgente, soprattutto nella prima parte, dall’allucinante dichiarazione a Marnie (Lindsay Sloane) al pranzo in famiglia, con tanto di sfida a hockey. Un’immagine dopo l’altra, riesce a catturare la bellezza nascosta di una città apparentemente anonima come Pittsburgh e recupera le traiettorie di un immaginario da commedia adolescenziale anni ’80. Il suo sguardo non ha quell’irriverenza che è propria della commedia di rottura, ma ha la capacità di giocare ironicamente con i cliché, soprattutto grazie alla caratterizzazione dei comprimari: il personaggio di Schizzo (T. J. Miller), leader di una cover band degli Hall & Oates, e quello di Devon (Nate Torrence), marito ingenuo che cita a memoria i film della Disney. Una sottile e progressiva sovversione degli stereotipi, che raggiunge il suo culmine nel finale, quando tocca alla donna fare l’uomo e mettersi in gioco con la dichiarazione decisiva. Perché nel gioco dell’amore non esistono regole. Ed è questo a rendere magicamente imprevedibile la vita.   
 
Titolo originale: She’s Out of My League
Regia: Jim Field Smith
Interpreti: Jay Baruchel, Alice Eve, T.J. Millar, Nate Torrence, Lindsay Sloane, Krysten Ritter, Mike Vogel
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 104’
Origine: USA, 2010  
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