Leonardo Di Caprio: escape from Candyland

Leonardo Di Caprio"Continua a vendermi questa bugia, continua a farlo, sino a quando non diventa realtà!"

Leonardo Di Caprio in Prova a prendermi.

 

Forse bisogna proprio tornare a Steven Spielberg per capire qualcosa di Leonardo Di Caprio oggi. Forse bisogna partire dal giovanissimo falsario/truffatore interpretato nel magnifico Catch Me If You Can (Prova a prendermi), per iniziare seriamente a riflettere su una delle più complesse e significanti figure attoriali della nostra epoca. Perché quel personaggio e quel film configurano perfettamente la dicotomia di traiettorie intersecate che il loro attore traccerà nel decennio a venire: un figlio intimamente insicuro e disperato che ama incondizionatamente i propri padri; in un corpo che riflette perennemente l’immagine di sicurezza, stupefazione, mutevolezza identitaria e statutaria. Frank W. Abagnale Jr. scappa dalla sua famiglia nel momento in cui il loro american dream si sfalda, scappa perché non vuole assolutamente rinunciare a quel sogno e intraprende l’unico percorso che può riuscire ancora a preservarlo: lo Spettacolo. L’Immaginario americano. Impersona un professore, un pilota, un medico, un avvocato ispirandosi a James Bond o Perry Mason; falsifica assegni e identità per costruire un impero del falso che preservi la sua anima da una triste verità. Per diventare solo immagine, icona, Divo e poi ricadere ancora nelle braccia di un padre surrogato, Tom Hanks: ecco la sua archetipica parabola spielberghiana.

Prova a prendermi Ora però facciamo un piccolo e doveroso passo indietro: Leonardo Wilhem Di Caprio nasce nel 1974 a Los Angeles (la città del cinema e dei sogni) e ha ascendenze italiane, russe e tedesche (prodotto del più classico dei melting pot americani). La sua carriera inizia a tre anni partecipando a uno show televisivo per bambini, continua con pubblicità e serie Tv come la celeberrima Genitori in blue jeans. Ha talento il ragazzino e nel 1993 si ritrova di fronte il primo dei suoi padri artistici dichiarati: Robert De Niro in This Boy's Life. Questo è il film della svolta, che fa intravedere tutta la bonaria irriverenza di un figlio che si ribella a suo padre (in questo caso un genitore acquisito) e lotta per il suo privato percorso con una Voglia di Ricominciare che porterà dritto alla nomination all’Oscar l’anno successivo per il ruolo del ritardato mentale in Buon Compleanno Mr. Grape. La serie A del cinema hollywoodiano lo abbraccia totalmente dopo il trionfo pop di Romeo + Juliet di Baz Lurhmann che lo fa istantaneamente diventare una star da poster in cameretta per le teen ager di tutto il mondo. E poi, 1997: Titanic. Il film del decennio, il budget più grande della storia del cinema, tutto il gigantismo produttivo/registico di James Cameron convogliato in tre ore di purissimo Spettacolo Hollywoodiano, il record di 11 premi Oscar vinti, la morte sullo schermo di Jack Dawson e l’entrata nell’olimpo dei divi per il suo attore. Leonardo Di Caprio diventa l’ultimo vero divo planetario, come Rodolfo Valentino o Clark Gable, come Paul Newman e Tom Cruise, come quegli attori divenuti schiavi della propria immagine, che impiegheranno un’intera carriera per sfuggire da essa e ri-cominciare, ristabilire le coordinate della propria identità. Curioso che i suoi due film successivi metaforizzino tutto questo nel loro stesso titolo: La Maschera di Ferro che intrappola Di Caprio schiavo ormai della sua pesante Celebrity.

The AviatorBisogna sfuggire, ritrovare un altro padre, farsi abbracciare: nasce la collaborazione con Martin Scorsese in Gangs of New York. Si retrocede all’origine del sogno americano, mettendolo pericolosamente in dubbio, facendo scontrare ancora una volta un figlio orfano a un padre acquisito violento e sanguinario: ce la farà ancora Di Caprio, ma a costo della perdita totale dell’innocenza e della prima macchia indelebile sull’immagine perfetta di Jack Dawson/divo di massa. L’ultima inquadratura del film con il suo corpo barcollante che letteralmente scompare, sfuma via dallo schermo, si smaterializza per far posto a una New York in cui troneggiano ancora le Torri Gemelle, è come una dichiarazione d’intenti messa in scena: nel 2002, un anno dopo l’11 settembre, un film ripropone ancora quello skyline immaginario come referente principale. Ecco chiarita la seconda dicotomia che incarna Leonardo Di Caprio: è l’ultimo vero divo partorito dalla Hollywood Novecentesca e il primo corpo di bugie, body of lies, smaterializzato e mutevole partorito dalla Hollywood del nuovo millennio. E allora il secondo tassello della loro collaborazione non potrà che essere pensato nell’immagine, l’Howard Hughes di The Aviator, concepito come imponente serigrafia di una Hollywood che non c’è più, quella dei melodrammi di Sirk, dei noir di Preminger o delle commedie di Hawks, quella adorata da Scorsese e incarnata da un Di Caprio/Hughes perfetto fantasma che non può che deragliare emotivamente. Impazzire, evadere, ristabilire le coordinate umane: la follia, la fine dei sogni, sprazzi di cinema settantesco scorsesiano che chiudono il film (follia al di là dell’immagine che si ripresenterà identica in Shutter Island…).

Il corpo iconico e divistico di Leo Di Caprio verrà, nel nuovo millennio, perennemente sacrificato sull’altare di un cinema ormai contaminato e ambiguo: muore sullo schermo in Blood Diamond, The Departed, Django Unchained. Rasenta la morte e la follia in Shutter Island, Revolutionary Road, Inception. Come se il peso della sua immagine (concepita da un cinema che fu, dalle vecchie e care certezze dei padri) fosse ormai irrappresentabile, destinata alla morte o alla follia. Ecco perché uno dei film centrali da questo punto di vista è Nessuna verità (Body of Lies) di Ridley Scott: se in Prova a prendermi Di Caprio metteva in dubbio il proprio corpo trasformandolo in immagine, qui mette in dubbio il proprio sguardo delegandolo totalmente ad un “padre” (Russell Crowe) che lo guida come una marionetta dall’alto di un satellite. La palese rinegoziazione di concetti come percezione/cognizione erompe in un film complesso e stratificato proprio attraverso la trasparenza recitativa di Di Caprio, perfettamente in grado di essere un eroe di guerra classico in balia di eventi che non sa più “vedere” e interpretare.

J. EdgarEd è questo ruolo dell’agente Cia Roger Ferris che lo proietta dritto verso lo strepitoso dittico di film interpretato negli ultimi due anni: il J. Edgar di Clint Eastwood e il Django Unchained di Quentin Tarantino. J. Edgar Hoover, nell’accezione eastwoodiana, è la mastodontica maschera americana che (ri)scrive la Storia in contemporanea: il vero e il falso, il reale e il simulacro, il sentimento e lo spettacolo vengono fusi ontologicamente senza mai intravedere il minimo confine. J. Edgar, nascita di una finzione e personificazione di un immaginario, diventa autentico solo per un frame, nel momento della morte, quando ri-monta come in un film i pezzi del suo percorso sentimentale. E Di Caprio dona forse la sua migliore interpretazione con un’aderenza emotiva totale (e molto personale…) a questo nuovo/vecchio “falsario” che interpreta. Sempre divo con la maschera di ferro che tenta di scappare dalla gabbia dorata: chi meglio di lui poteva interpretare Calvin Candie? Nei suoi occhi tristi di erede della grande “tenuta americana” e delle tradizioni “di suo padre” si avverte (come intuisce l’incommensurabile Samuel L. Jackson) tutta la voglia di essere ammazzato, superato, liberato dal regno di Candyland per l’ennesima volta. Così è in Tarantino. E così sarà anche con l’imminente Il Grande Gatsby di Luhrmann, tratto dall’immenso romanzo americano di Fitzgerald, dove la verità sentimentale tragica, depressa e fragile, si scontra con l’immagine di fastosa e decadente illusione iperspettacolare: ancora un personaggio in bilico su questo burrone, ancora un’interpretazione scissa tra il divismo e il suo doloroso superamento… e Leonardo Di Caprio, allora, ci appare sempre più come lo straordinario corpo di bugie che sta raccontando ogni verità sul nostro tempo.