Leonora Addio, di Paolo Taviani

In concorso alla 72esima Berlinale e in sala da domani, il nuovo film di Paolo Taviani ritorna ancora su Pirandello per riattraversare il Novecento del cinema italiano

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“Non mi sono mai sentito così solo e triste”, dice Luigi Pirandello attraverso la voce di Roberto Herlitzka mentre lo vediamo, in un filmato di repertorio, seduto in platea ad attendere la propria chiamata durante la cerimonia di consegna del premio Nobel, vinto nel 1934. È solo uno dei frammenti di repertorio tradito/ricostruito/reinventato che il film di Paolo Taviani utilizzerà per tutta la sua durata, per raccontare un Novecento di guerre, povertà ed emigrazione visto attraverso le immagini dell’archivio Luce ma soprattutto frammenti recuperati e ricontestualizzati di Rossellini (Paisà), Lattuada (Il bandito), Zurlini, lo stesso cinema dei Taviani (Kaos…), con una modalità di accesso e ripensamento dell’arma del footage di assoluta modernità, tra il Godard dei videosaggi, l’ultimo Olmi di Vedete, sono uno di voi e, per dire, Pietro Marcello. Solo e triste però, dicevamo, seppur dunque circondato dal Cinema e dalla Storia: difficile non tracciare una linea autobiografica all’interno di questo primo film di Paolo dopo la morte del fratello, già dalla dedica che lo apre, “a mio fratello Vittorio”, e poi per tutta la vicenda che lo anima, questo viaggio di accompagnamento delle spoglie di Pirandello da Roma fino alla campagna di Agrigento, con tanto di corteo funebre e un mucchietto di ceneri rubate e sparse al vento, proprio quelle del drammaturgo più volte rivisitato dai due fratelli nel corso della loro filmografia.
Come per quei film, anche questo si divide in episodi, e il secondo, quello a colori, tratto da una delle ultime novelle di Pirandello, Il chiodo, sembra voler proseguire lo stesso tono malinconico da commiato, con la coda attraverso le decadi sul protagonista che torna a visitare una croce al cimitero ogni anno fino alla vecchiaia.

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Come già notammo per il precedente, bellissimo Una questione privata (già quello diretto sul set dal solo Paolo), probabilmente non siamo più abituati a questa ingenuità nella concezione di un’esperienza cinematografica che procede per scenette surreali e grottesche per poi aprirsi a gonfi attimi di lirismo, com’è nella tradizione Taviani e come a voler raccontare l’epopea dell’urna dello scrittore con gli stessi strumenti della poetica pirandelliana, tra gare sull’Appia Antica di jeep dei militari americani nella Roma liberata versus ciclisti romani, e le ceneri chiuse in una bara da bambino che dalle balconate della città viene scambiata per quella di un nano.
In questa rievocazione in studio di posa, che nel secondo frammento si spinge fino alla Brooklyn del dopoguerra, dove non esiste più alcun esterno possibile che non sia un orizzonte già filtrato dalle immagini – oggi facilmente riattraversabili, rievocabili in un attimo – del nostro cinema, si agita ancora una vitalità resistente, quasi kiarostamiana, che supera il dato di un bianco e nero posticcio o di gag che non sempre vanno a segno, per cercare continue derive dalla fissità del quadro, fughe ai lati che inseguono sospensioni lasciate a disperdersi in una dissolvenza, come la notte d’amore in treno tra il prigioniero di guerra siculo e la neo-moglie tedesca che lo ha seguito in Italia.

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Regia: Paolo Taviani
Interpreti: Fabrizio Ferracane, Matteo Pittiruti, Dania Marino, Dora Becker, Claudio Bigagli
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 90′
Origine: Italia, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
2.86 (7 voti)
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