Les images qui vont suivre n’ont jamais existé, di Noé Grenier

Il film vincitore della 58a edizione della Mostra di Pesaro è un lavoro di astrazione che ha la capacità di ragionare sul paradosso. Il cinema come atto di fede e allucinazione mistica

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Nel Maggio 2016, al Can-View Drive-in di Fronthill, in Canada, la proiezione del film Twister fu interrotta per un allarme tornado. Ironia della sorte, visto che l’action di Jan de Bont ruotava, o meglio vorticava, proprio intorno a una vicenda di tornado catastrofici. Ma il fatto eclatante è un altro. Secondo la leggenda, il pubblico di quella sera vide comunque il film, almeno fino a quando lo schermo non fu stato strappato via dalla furia del vento. Un caso “reale” di allucinazione collettiva? O una semplice voce, montata fino ad assumere i contorni del mito?

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Fatto sta che questo è il pretesto da cui muove Noé Grenier. Che prova a ricostruire le fantomatiche immagini di quella proiezione. E quindi, parte da un trailer di Twister dell’epoca, originale in pellicola, lo scompone e lo rimonta in una successione di frammenti, proiettati simultaneamente a tre a tre. Ed è una successione febbrile, un ritmo impazzito di frame che lascia quasi cadere ogni appiglio possibile. Non solo, come è ovvio, di trama o di azione. Ma si stenta, addirittura, a riconoscere un referente, a fermare il contorno delle cose e dei volti. Helen Hunt e Bill Paxton, i protagonisti di Twister, appaiono per un istante, per poi essere sommersi dal flusso dei fotogrammi. Così come ogni altra cosa, che si affaccia e scompare nel tempo brevissimo di una folgorazione. E la sensazione, in effetti, è di star guardando proprio dal centro del vortice. Nell’occhio del ciclone, con l’occhio del ciclone.

 

È un lavoro di astrazione, quello di Grenier, forse di per sé non originalissimo. Ma ha la capacità di ragionare sul paradosso e perciò di inquadrare da un’altra ottica tutta una serie di questioni. A cominciare proprio da questa perdita di definizione del referente reale. Cosa vuol dire esattamente “le immagini che seguiranno non sono mai esistite”, se tutto è possibile solo a partire da una sequenza di immagini già girate e consegnate? Sì, certo, c’è il riferimento alla proiezione “mai avvenuta”. E c’è la rivendicazione di un atto creativo che organizza un altro sistema di idee e percezioni. Si può anche dire che le immagini siano immateriali. Eppure vivono, comunque, nella realtà più profonda , anche quando sono completamente inventate. E per circolare da un occhio all’altro hanno bisogno di un supporto (e tutto il gioco sui frame di pellicola sembra rivendicare il primato di un sostrato profondamente concreto dell’immagine cinematografico, quasi opposto alla volatilità digitale).

Ma, allora, se le immagini fossero l’unica cosa “davvero esistita”? Tutto quel che resta dopo che il mondo è evaporato? Del resto, punteggiano la memoria di ciò che è stato, ma anche di ciò che non è stato. Anche se sono ingannevoli, provvisorie, sempre leggermente decentrate, in fuga verso altro, segnano tracce di vita. Sì, il cinema mente (per tornare a Godard, citato da Julien Faraut in un altro film che ha vinto Pesaro, anni fa). Ma il punto non è mai “cosa” effettivamente abbiamo visto e cosa riusciamo a vedere. Dato che si tratta sempre di un atto di fede, “credere di vedere”. Il punto è la pratica stessa in cui si traduce questa fede ed è ciò a cui Noé Grenier dà credito. Il culto devozionale, l’esperienza mistica, estatica, fosse anche la conseguenza di un’allucinazione. Un modo imperfetto, ma pur sempre un modo. Di creare miti e leggende. O di intuire un Dio nella catastrofe, tra il vento e i fulmini.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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