"L'estate di Martino", di Massimo Natale

estate di martinoEstate come metafora di giovinezza e surf come metafora di libertà, in un percorso di crescita tipico del Bildungsroman e delle favole. L'estate di Martino va, però, oltre questa parabola a partire dai ricordi, in un processo di evocazione e stratificazione. Opera prima di Massimo Natale, unico film italiano in corcorso nella sezione Alice nella città dell'ultimo Festival di Roma

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L'estate di Martino di Massimo NataleEstate 1980. Un'estate tragica nella storia italiana, tra Ustica e la strage di Bologna. È in questo breve lasso di tempo, un mese o poco più, che si svolge la vicenda di L'estate di Martino, primo lungometraggio del regista teatrale Massimo Natale, unico film italiano in concorso nella sezione “Alice nella città” dell'ultimo Festival di Roma.  Martino (Luigi Ciardi) è un ragazzino di quattordici anni, orfano di madre e sempre in rotta con il padre, alla ricerca di quella libertà a cui tanto ardentemente si aspira da adolescenti. Su una meravigliosa spiaggia della Puglia, parte di una base NATO, la sua storia s'intreccia a quella del fratello Massimo (Pietro Masotti) e della sua compagnia di amici, tra cui Silvia (Matilde Maggio), la ragazza di Massimo di cui Martino s'innamora, ma soprattutto a quella del capitano americano Jeff Clark (un Treat Williams in salsa italiana), con cui stringe una profonda amicizia grazie alla comune passione per il surf. Ma l'estate, come sempre, volge al termine e all'inizio di agosto Clark tornerà a Washington, nel tentativo di rimettere insieme i cocci della sua esistenza, mentre Silvia sale su un treno diretto verso Bologna.
Estate come metafora di giovinezza e surf come metafora di libertà, in un percorso di crescita tipico del Bildungsroman e delle favole, come quella di Dragut che la madre narrava a Martino quando era piccolo. Una crescita che avviene attraverso il superamento di ostacoli, siano essi delle onde troppo grosse o una figura paterna autoritaria, grazie al confronto con il capitano-aiutante magico, un incontro che lascerà il segno nel ragazzo, e ancor di più nell'uomo, sclerotizzato dalla rigide regole della vita militare, ma ancora tanto sensibile da cercare il dialogo e non un semplice scontro. L'estate di Martino va, però, oltre questa parabola, grazie alla felice sinergia tra la sceneggiatura di Giorgio Fabbri (vincitore del Premio Solinas 2007) e la regia di Natale. E per capirlo bisogna partire da ciò che resta solitamente dell'estate: i ricordi, come le tante fotografie scattate da Silvia che vanno a riempire l'album delle vacanze, in attesa di ingiallire, segnate dalla patina del tempo. La  storia che prende vita su quella spiaggia deserta, un non luogo a tratti magico, a tratti perturbante nel suo essere presagio di ciò che sta per accadere, è al tempo stesso simbolo e significante. Simbolo di quella favola materna che intervalla il racconto, un ricordo nel ricordo che segna profondamente il ragazzino e il suo destino. Significante proprio di quelle fotografie, traccia di un passato vissuto dai personaggi, che torna, a volte semplicemente evocato da uno sguardo, come lo spettro del Vietnam negli occhi del capitano Clark. Forse è proprio l'evocazione di un passato non direttamente esperito, nella stereotipizzazione dei giovani dell'epoca, a essere l'unico limite di un film che altrimenti si presenta come un'interessante proposta.
 

Regia: Massimo Natale
Interpreti: Luigi Ciardo, Treat Williams, Matilde Maggio, Pietro Masotti, Marcello Prayer
Distribuzione: RAI Cinema
Durata: 85'
Origine: Italia, 2010

 

 

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