L’età dell’innocenza, di Enrico Maisto

Film di chiusura del Filmmaker Festival di Milano, L’età dell’innocenza, di Enrico Maisto è il viaggio nel microcosmo famigliare del regista, alla ricerca del dialogo perduto tra genitori e figlio

Chi è il vero protagonista del nostro sguardo, soprattutto quando interponiamo uno strumento come la cinepresa tra l’occhio di chi osserva e l’oggetto del suo osservare?

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L’età dell’innocenza, l’ultimo film di Enrico Maisto che ha chiuso il Filmmaker Festival 2021, sembra ragionare su questo cortocircuito interno, man mano che la pellicola scorre tra immagini di repertorio e riprese realizzate nell’arco di sette anni. Sette anni di girato, in cui il regista insegue la madre Anna. La donna ha raggiunto da poco la pensione dopo anni di rigoroso esercizio della carica di giudice, ruolo condiviso con il padre di Enrico: “I miei genitori sono sempre stati il loro mestiere.”

Ecco che l’abbandono dell’esercizio della carica istituzionale e il conseguente ritorno ad una completa vita di otium, coincidono con un altro abbandono. Il figlio lascia la casa d’infanzia dove ha vissuto per più di vent’anni e acquista la sua indipendenza.

Ma questa situazione specifica porta alla luce un malessere, un prolungato non detto, che la protagonista del racconto (l’ex magistrato Anna) denuncia finalmente davanti alla videocamera del figlio. “C’è sempre la videocamera tra me e te.”

Così, quasi inconsciamente, il suo protestare con il figlio, per quella che è a tutti gli effetti una lesione della propria privacy, manifesta un problema più grande. Si tratta dell’impossibilità di stare insieme e di restaurare quel fondamentale dialogo madre-figlio, perso durante gli anni. Anna non si accorge di aver appena ribaltato il dispositivo, di aver cambiato il punto di vista di chi la sta filmando, nonostante l’inquadratura non sia stata modificata. Così, Maisto si accorge di non essere mai riuscito a raccontare la propria vita ai suoi genitori. Ed è, quindi, la necessità di sciogliere i nodi, invocata dalla madre del regista, a sublimarsi nel tentativo, da parte del figlio, di ricostruire cinematograficamente le tante esperienze di vita e amore taciute negli anni.

Il suo “mondo nascosto” trova la possibilità di uscire allo scoperto proprio grazie a quello strumento che sembrava separarlo dai suoi genitori. In realtà, il cinema si dimostra il ponte comunicativo che collega Maisto alla sua famiglia (emblematica la scena in cui Enrico rivela ai propri genitori l’esistenza di una persona nella sua vita). Ma non solo. La sua, è anche una presa di coscienza sul proprio “personaggio”, sulla propria esistenza. Il ribaltamento di prospettiva non arriva solo concettualmente. Il regista, ben presto, si auto-riprende e si fa riprendere dalla madre. Includendosi fisicamente nel documentario, Maisto scandisce l’ultima tappa di un percorso che l’ha prima portato verso l’altro ma che poi, inevitabilmente, lo riconduce verso se stesso, aprendogli le porte verso una maggiore consapevolezza.

Questo processo di auto-rappresentazione, lungo e complesso non può non realizzarsi senza una buona dose di autoironia che contraddistingue la quasi totalità dell’opera. L’età dell’innocenza parte con una verve bergmaniana fatta di ombre, scorci e atmosfere cupe (lo stesso regista riprende più volte i poster del regista svedese e di Liv Ullmann appesi in camera) ma si scontra con la genuina comicità del quotidiano, fatta di imprevisti e situazioni tutt’altro che sacrali. Ecco che, senza mai prendersi troppo sul serio, Maisto ritrova il dialogo, di parole e immagini con la madre e il padre, in un viaggio che prima di tutto lo riporta sulle tracce della sua identità.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (3 voti)
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