L’été dernier, di Catherine Breillat

Un film che vuole raccontare la liberazione dell’amore e l’estasi. Ma Breillat non riesce mai a trovare una vibrazione autentica e ad andare oltre la superficie. Concorso

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Era da dieci anni, dai tempi di Abus de faiblesse, che Catherine Breillat era uscita di scena, costretta nell’ombra anche da problemi di salute. Ora torna con un dramma che, sulla carta, ha tutte le premesse per diventare l’ennesimo affondo nei meandri dell’erotismo, contro il moralismo conservatore.

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La storia è quella di Anne, un’avvocata esperta di diritto minorile, che si ritrova ad affrontare l’attrazione per l’adolescente Théo, figlio del primo matrimonio del marito. E già tutto promette scandalo, sesso libero, rottura delle convenzioni. Ma anche il rischio del cliché più facile e pruriginoso (del resto quella delle stepmom è una categoria ben codificata del porno…)

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Invece, Catherine Breillat tenta di fare qualcosa di diverso. Nel trasporre un film danese del 2019, Queen of Hearts, si pone l’obiettivo di raccontare l’amore, l’estasi divina dell’unione dei corpi “piuttosto che il puro e semplice godimento”. Registrare la trasformazione di una donna “seria”, severa, tranquillamente rintanata nella routine di un matrimonio senza passioni, che per la prima volta in vita sua prova la furia e la leggerezza di un sentimento incontrollabile e si ritrova a vivere e a comportarsi come una quindicenne. Come quando abbandona una cena con amici, senza dar alcuna giustificazione, per fare un giro in monopattino e bere una birra con il suo amore ragazzino. Al ritorno, risponde ai rimproveri del marito, sputando fuori il suo rifiuto della “noia” dei formalismi.

Eppure in questa passione ed estasi non c’è mai liberazione. La riconquista dell’adolescenza resta appena abbozzata. E finisce per tradursi solo in un’assenza assoluta di responsabilità. Non che si debba vivere nel senso di colpa, col peso di vincoli ormai inaccettabili. O che si debba necessariamente essere impeccabili. Ma qui il personaggio di Anne mostra una sostanziale indifferenza verso gli altri ed è aggrappata a un’insostenibile difesa della posizione, del privilegio acquisito. Quando è messa alle strette, non esita a mentire e addossare la colpa agli altri. Arrivando persino a far pesare la sua superiorità “adulta” nei confronti di Théo, che ha l’unica arma nel solito fascino conturbante e misterioso da adolescente efebico.

L’amore che riesce a raccontare Catherine Breillat è tutto di superficie. Non va al di là del letto, al di là di quegli amplessi “estatici”, ogni volta mostrati da una prospettiva diversa, inquadrature fisse che sembrano voler essere una radiografia delle sensazioni. Restano i momenti più autentici del film, ma comunque lontani da una vibrazione autentica dei corpi e degli spiriti. Per il resto, se l’obiettivo era quello di andare “oltre il naturalismo”, nell’asciuttezza essenziale delle sue immagini e delle situazioni, L’Été dernier non riesce mai ad affacciarsi a un’altra dimensione. Non è né lirico, né spirituale né può intuire qualche verità esistenziale. E anche gli affondi psicologici restano vaghi, vani. A parte Anne, colta comunque pochi millimetri al di sotto della pelle, gli altri personaggi non vogliono mostrar segni di alcuna complessità, valgono come funzioni, rispondono a uno schema, a volte vengono trattati palesemente da idioti. Al di là della bravura degli interpreti e di Léa Drucker in particolare, alla fine non c’è nessuno a cui potersi affezionare, di cui poter comprendere una prospettiva. E le convenzioni, tanto odiate, ritornano come una perfetta affermazione di stereotipi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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