LETTE E… RIVISTE – Diane Keaton: "Recitare con l'afasia"

Sembra ancora di ascoltare Annie Hall. Invece per Hollywood pare che Diane Keaton sia solo una "donna di mezza età". In occasione del quindicesimo anniversario di Premiere, nel cui primo numero la protagonista di “Baby Boom” posò come cover girl, la rivista americana fa una chiacchierata informale con l'ex icona di Woody Allen

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Hey Diane, ci crederesti che sono passati 15 anni da quando sei apparsa come prima cover girl di PREMIERE, per Baby Boom?


Pare proprio che l'abbia fatto, giusto? Ricordo di essere stata fortunatissima ad ottenere quel ruolo perché lo studio non mi voleva proprio – suppongo che fossi arrivata ad un punto in cui proprio non funzionavo al botteghino, ma [la sceneggiatrice e produttrice] Nancy Mayers e il suo marito di allora, [lo sceneggiatore e regista] Charles Shyer si sono battuti per me. Ragazzi, professionalmente mi hanno fatto risalire la china, e più di una volta – Voglio dire, quando facemmo Il padre della sposa, beh, la Disney non ci avrebbe pensato per un solo secondo a prendermi.


Il che è insensato, dal momento che a 56 anni sei ancora il prototipo della moderna attrice di commedie – Infatti, mentre dirigevi Avviso di chiamata, Lisa Kudrow e Meg Ryan non la smettevano più di ripetere quanto il loro lavoro fosse stato influenzato dalla tua performance da Oscar, e tutta piena di "la-di-da", in Io e Annie.

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Beh, per quanto riguarda me, credo semplicemente di soffrire di afasia – sai quando non fai che a-n-n-a-s-p-a-r-e con le parole e non le riesci a mettere insieme in modo coesivo? Già, penso di avere un disturbo di apprendimento: ora che lo so mi sento meglio. [ride] Sono solo stata molto fortunata a trovare qualcuno che ha detto [come rivolgendosi a un tenero cucciolo] "Ooh, ma questo non starebbe bene in un film? È proprio una caratteristica originale."

Quel qualcuno era Woody Allen, il tuo ex compagno-mentore, al quale hai mostrato grande lealtà durante lo scandalo Son-Yi-Mia, prendendo il posto di Mia Farrow in Misterioso omicidio a Manhattan.


Ma no, non si è trattato nemmeno di una questione di lealtà. E' semplicemente che mi piaceva moltissimo la parte. [ride] Era perfetta, perché noi eravamo vecchi amici – quindi mi è piaciuto da matti impersonare la moglie annoiata, ho adorato insultarlo e ripetere "puah!".


Cosa che tra l'altro dicono in tanti ultimamente, riguardo la tendenza di Woody a far recitare al suo  fianco bamboline sempre più giovani…


Mi chiedo se questo non dipenda dal fatto che non lo accettano come attore, ma solo come "Woody Allen". E in aggiunta a questo la sua storia personale rende ancora più facile… si insomma, c'è sempre un capro espiatorio. Voglio dire, Martha Stewart non è forse il capro espiatorio della fine di, si insomma, dello spietato modo di condurre gli affari a Wall Street? Credo proprio che pagherà di persona, proprio perché è talmente divertente odiarla, e sento che c'è un questo tipo di elemento anche a proposito di lui [Allen]. Il pubblico se la vuole prendere con lui.

Scommetto invece che tu avresti voglia di prendertela con la Paramount perché non ti ha fatto fare il sequel de Il club delle prime mogli. Goldie Hawn mi ha detto che in parte è stato perché non eravate degli uomini, bensì delle "donne di una certa età".


Ok, questo è come la vedo io: "Si certo, in un mondo migliore, come no, certamente… ma intanto siamo qui e perché non prendiamo semplicemente quello che ci viene offerto, dal momento che è ancora molto?". Beh, insomma, che ci vuoi fare?


Andare avanti. Senti, mi è piaciuto molto leggere da qualche parte che adori le scene con i baci, perché tutti gli altri non fanno che dire "Oh, è tutta tecnica".


È talmente divertente. Perché non devi pagare – e loro devono comportarsi come se ti amassero, poi te ne vai ed è tutto finito. Un po' come con Mel Gibson [in Mrs. Soffel]. Ho pensato di morire – è scioccante pensare che io sono lì davanti a quello e quello sta dicendo questo a me e io sto facendo questo! [ride]


Beh, dolcezza, dato che Woody, Warren Beatty e Al Pacino ti hanno tutti baciata nella vita reale, perché avevi delle relazioni con loro, non devi essere niente male come baciatrice.


Credo solo di avere lavorato sodo [scoppia a ridere], non penso che siano stati loro a dire "Ah, quella ragazza, quella donna!". No, sono solo stata tenace. E poi non sono mai durate, no?


Beh, adesso hai due bambini [adottati] che ti fanno compagnia. Il loro nome è Keaton, che non è il tuo cognome originario, Hall; così ti sei cambiata il cognome ufficialmente eh?


Oh, no… è solo che io sono Keaton, così lo sono anche loro. [ridacchia nervosamente] Uhm, effettivamente, loro devono essere degli Hall. Probabilmente cresceranno pensando "questa donna non sa nemmeno se è una Keaton o una Hall e io dovrei starmene con questa qua?!"


Basta che tu dica che è colpa dell'afasia.

[in puro stile Annie Hall] Oh, quei poveri bambini, oddio! Ragazzi, che dio li aiuti! 

Intervista di Brantley Bardin per Premiere, ottobre 2002. Volume 16, numero 2.


Traduzione a cura di Marina Nasi.

 PREMIERE


Originariamente, Première doveva essere una costola americana dell'omonima rivista francese (attualmente sul mercato da 34 anni), con un 80% di articoli tradotti dalla Francia e solo il 20% di contributo americano. Inutile dire che fin dall'accordo iniziale (tra il colosso americano Murdoch e il francese Hachette) le percentuali sono state ribaltate. Il numero pilota, del luglio/agosto 1986, aveva in copertina Tom Hanks e Dan Aykroyd, mentre il primo numero ufficiale (settembre successivo) sfoggiava un Diane Ketaon nei panni, tipicamente anni '80, della baby-boomer/career-girl. Superfluo aggiungere che fin da questi (espliciti) esordi, la rivista ha mantenuto un orientamento estremamente mainstream, con ampia copertura dello star-system, foto patinate e un occhio fisso sulle major e il botteghino. Tuttavia questo approccio commerciale ha evidentemente favorito un enorme numero di contatti e la possibilità di intervistare e fotografare pressoché chiunque (conti). E per il suo quindicesimo compleanno, Premiere si è potuta permettere una "collector's edition" completa di incontro tra Wes Anderson e Martin Scorsese (apparentemente innamorati, sul fronte artistico, l'uno dell'altro), una "riunione di gruppo" di praticamente tutti gli underdogs che al momento oscillano tra il Sundance e gli studios (da Kimberly Pierce a Kevin Smith, da Todd Haynes a Ed Burns, fino alle ex "indie divas" Parker Posey e Lili Taylor), un ritorno su campo di Spike Lee and crew tredici anni dopo Fa' la cosa giusta e l'intervista a Diane Keaton che abbiamo riportato. Oltre, naturalmente, a 20 pagine di autocelebrazione (complete di Danzel Washington, Julia Roberts e Tom Hanks) degli ultimi 15 anni. Premiere non ha né il tono serioso di Cineaste, né l'autorevolezza di Film Comment, tanto per restare in patria, ma è un divertente prodotto (è decisamente un prodotto) che fornisce un resoconto scoppiettante e aggiornato della macchina-cinema americana. E almeno ha le pagine leggere come quelle del Times, e non ingombrantemente solide come vuole la moda dominante dei glossies. (m.n.)

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