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WALL-E

Il mito dell’emozione artificiale: storia dei robot al cinema – I robot e gli androidi accompagnano il cinema sin dalla sua nascita, Epd-Film ripercorre le tappe concettuali all'origine dei personaggi-macchina, dalle creature di Efesto a Wall-E

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


WALL-EWall-E è molto più di uno di quegli eroi delle favole simpatici e malinconici che colpiscono il cuore (…) Capace di esprimersi per mezzo di un linguaggio ricco di suoni disarticolati; (…) non gli mancano vivacità, curiosità e voglia di comunicare: ha la stoffa dell’avventuriero dello spazio. Come Giovannino, Parsifal e il piccolo principe, incarna il modello del bambino che è dentro ogni uomo. Con Eve, un robot aerotrasportatore della nuova generazione femminile, Wall-E vive il suo miracolo.

I computer che imparano a controllare il loro programmatore umano e ad esercitare il loro potere con una logica priva di sentimenti sono diventati parte integrante del genere fantascientifico sin dalla memoria parlante di Stanley Kubrick in 2001:ODISSEA NELLO SPAZIO e successivamente in innumerevoli varianti visive. Anche quel sotto-genere nel quale i corpi dei robot sono animati e reclamano per sè l’esperienza umana nella totalità della sua complessità, tratta, seppure in forme sempre diverse, della paura della morte e delle fantasie di trascendenza venate di pessimismo culturale e sospese tra estasi e orrore.

WALL-E, il film d’animazione di Andrew Stanton (ALLA RICERCA DI NEMO) per grandi e piccini, realizzato Alla_ricerca_di_Nemoin digitale, è al confronto di gran lunga più ottimista. Il suo robot raccoglie la spazzatura generata dall'uomo nella sua opera di distruzione dell’ambiente (…) La guerra stellare per la quale George Lucas si è lasciato ispirare dal programma di conquista dello spazio della NASA, fa posto nel nuovo millennio, nella sceneggiatura di Andrew Stanton, ad un disastro terrestre fatto "in casa", in cui ripulire costituisce il primo passo verso la rinascita. (…) Il robot sbriga un lavoro che in tutta la sua ostinata monotonia non sembra essere senza senso, anzi prepara la terra per un possibile ritorno della civiltà dallo spazio. (…)

L’androide dimostra di avere una ricca vita emozionale, che esprime come fosse una metafora personificata e tecnologica della nostra psiche. Il piccolo robot è una figura fantastica, i cui creatori hanno ormai fatto propria questa analogia, presso gli studi della Disney Pixar. Anche ilI blockbuster della Pixar, ALLA RattouilleRICERCA DI NEMO (2003) nel mondo dei pesci e RATATOUILLE (2007) nel mondo dei topi, presentavano caratterizzazioni delle personalità altrettanto estremizzate. Tali figure e drammi antropomorfi traggono origine dal mondo delle favole e delle metamorfosi (…) e possono essere considerati una risposta alla cultura popolare del momento, che si esterna nel bisogno regressivo di vivere i grandi racconti e i drammi arcaici del buono e del cattivo, della vita e della morte riciclati nei generi fantasy letterari e cinematografici.

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Con Wall-E Andrew Stanton ha creato una romantica creatura robotica sulla quale è possibile proiettare gli stadi dello sviluppo della personalità umana. Egli ha spazzato via in un sol colpo due convenzioni del genere secondo le quali i robot rappresenterebbero esseri dotati di una psiche imperfetta, quindi vittime compassionevoli della Hybris umana. Al contrario il suo film si estrinseca semplicemente in un incantesimo costituito da caratteristiche umane positive, che il robot immagazzina quasi fosse un ricettacolo di memoria. Un po’ come nella serie tv tedesca di 35 anni fa Robbi, Tobbi & das Fliewatüüt, Wall-E ha talento per l’amicizia.(…)

L’omino metallico dagli occhi vivaci è membro della grande famiglia dei robot umanoidi, la cui fisionomia si ispira alle scavatrici giocattolo e agli elettrodomestici della società consumistica, nonchè agli apparecchi mobili della ricerca spaziale della NASA, senza dimenticare gli esseri automatizzati del Romanticismo. Veicoli cingolati telecomandati, che si muovono attraverso paesaggi di pianeti ostili e privi di coordinate precise, sono un’immagine iconica della conquista dello spazio che ha perso molto del suo fascino. Il buon Wall-E (…) La_conquista_dell'universoè una di quelle creature ibride frutto della tecnica che, pur essendo ancora protagoniste della science-fiction, diventano sempre più realistiche a fronte del rapidissimo sviluppo elettronico. Già da tempo esistono giocattoli programmati per muoversi nelle stanze dei bambini, cucine completamente automatizzate che funzionano grazie a software di ultima generazione (…). La figura di Wall-E si basa su tali esperienze giornaliere contemporanee e autentica la sua visione del futuro rimandando all’eminente schiera di robot della storia del cinema.

Sin dall’antico mito di Prometeo, che creò androidi di acqua e argilla e quello di Efesto, che si fabbricò serve d’oro, la Storia ibrida della creazione parla del desiderio di creare esseri potenti, perfetti, affascinanti, che minacciano di sconvolgere la struttura ordinata del mondo mitico. Di presunzione e pericolo parla anche la leggenda ebrea di Rabbi Low, che creò un Golem d’argilla senza saperlo poi controllare. (…)

Descartes abbozzò il modo di pensare dell’uomo, come sintesi di macchina e res cogitans, quindi di mente; (…) e “Der Sandmann”, la favola artistica di E.T.A. Hoffmann, descriveva all’inizio del 19esimo secolo la paura dello studente Nathanael, profondamente repressa nell’inconscio (…)

Di un certo fascino, apparentemente latente, della bellezza delle emozioni artificiali parla anche lo scritto programmatico di Kleist “Sul teatro delle marionette”. Allo stesso modo la grandiosa scena di chiusura del CASANOVA (1976) di Federico Fellini, nella quale il vecchio seduttore balla con una di quelle bambole rococò a grandezza naturale e la star mascherata della storia assapora la sconosciuta caducità dell’emozione, la paralisi e i rumori della meccanica come luogo di morte, come memento mori per gli osservatori.

Entrambe, l’idea di un essere artificiale perfezionato che funga – non a caso è spesso una bambola – al contempo da servo e feticcio di bellezza, ma che sia anche capace di sedurre il suo creatore, sono ampiamente presenti nel cinema di fantascienza e nella letteratura del 20esimo secolo.

Il risentimento antimoderno di Thea von Harbous e Fritz Lang si riflettono in METROPOLIS (1927), uno degli esempi più famosi della paura per la tecnologia senza freni, capace di rendere le masse manipolabili (…)

MetropolisDa METROPOLIS in poi, una schiera di simili robot dall’aspetto umano hanno affascinato il cinema fino ai giorni nostri. L’uomo di latta nella favola de IL MAGO DI OZ (1939) è alla ricerca di un cuore (…); Winona Ryder in ALIEN, Renee Soutendijk in QUESTO VECCHIO PAZZO MONDO (1991), Daryl Hanna, Sean Young e Rutger Hauer in BLADE RUNNER (1982), impersonano esseri automatizzati dall’aspetto umano, che hanno raggiunto la consapevolezza della loro artificialità e la vivono essenzialmente come una mancanza. Mentre la figura del replicante, impersonata da Rutger Hauer sa della sua fine programmata e si mette alla ricerca del suo creatore con il desiderio di “vivere di più”. (…) In ROBOCOP infine, (1987) un ex poliziotto dal corpo artificiale, variante del superuomo, comincia la battaglia contro i suoi nemici. Anche in TERMINATOR 2 (1991) Arnold Schwarznegger si occupa lui stesso della sua precaria e brutale umanazione. Molti robot del cinema, anche quelli più vecchi, come Robby, il buttafuori galattico de IL PIANETA PROIBITO (Alarm in Weltall, 1956) o Twiki di BUCK ROGERS, che si presentano ancora come contenitori metallici di forma tondeggiante, (…) rappresentavano paure profonde della tecnologia ingovernabile all’orizzonte. Quando lo scrittore e fisico Isaac Asimov negli Twiki_e_Buck_Rogersanni '30 creò il concetto della robotica e delle sue tre leggi, cercò di sviluppare un ragionamento atto a limitare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, non teso a danneggiare l’esistenza umana. IO ROBOT (2004) ha adattato solo recentemente uno dei suoi racconti brevi, in cui i protagonisti sono robot dotati di muscoli artificial,i innestati su corpi trasparenti. Tuttavia, la creazione fittizia (sempre più verosimile) di cervelli computerizzati intelligenti, dalla volontà di ferro e capaci di imparare, non è legata all’imitazione del corpo umano.(…)

Il film di Kubrick 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO ha indicato la strada verso un’altra dimensione. Ancora chiaramente affascinato dalla fredda estetica della ricerca spaziale, mette in scena, solo per mezzo della voce, il testardo computer di bordo HAL, che chiacchiera in perfetto inglese con gli astronauti suoi sottomessi. Sempre più spesso i robot dei film di fantascienza, sia quelli ostili che quelli amichevoli, non fanno riferimento al topos della somiglianza agli esseri umani. In 2002, LA SECONDA ODISSEA (1972) si vedevano ancora piccole macchine tondeggianti e rombanti, che svolgevano il ruolo di giardinieri in una serra galattica, in MINORITY REPORT (2002) e MATRIX (1999) vi erano creature intelligenti dalle sembianze di ragno, cervelli mobili dalle braccia prensili.

Una personalità, come quella della quale i programmatori e i designer di Andrew Stanton hanno dotato il loro cubo di latta WAll-E, si intende come un’identità rudimentale, come quella che dei bambini al primo stadio di sviluppo e quella già catalogata nei primi film della Walt Disney come tipologia della società americana fortemente competitiva.(…) Con lui la storia continua, quella che ebbe inizio con i leggendari R2-D2 e C3-PO in STAR WARS (…) che, come in una moderna messa in scena di un dramma shakespeariano in chiave pop, sono rivali comici e giullari, mentre prosegue la serissima guerra fantasy dei cavalieri Jedi. (…)

 

“Der Geist in der Maschine”, di Claudia Lenssen, da Epd-Film, settembre 2008

 http://www.epd-film.de/33178_57520.php

Traduzione a cura di Giovanna Canta

 

 

Epd_FilmNato nel 1984, il mensile Epd–Film è, insieme a Filmdienst, una delle due principali riviste di cinema tedesche. Pubblicato dalla Evangeliche Pressedienst epd e dalla Gemeinschaftswerk der Evangelischen Publizistik gGmbH, il magazine, insignito nel 2003 del Premio della critica cinematografica tedesca, rappresenta una specie di risposta ai Cahiers du cinéma. Contiene recensioni sui film in uscita, articoli di approfondimento su personalità del mondo del cinema, interviste a registi e rubriche informative

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