LETTE E…RIVISTE – Tokio story: incontro con Sofia Coppola

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Sofia Coppola conosce il jet lag. E conosce anche Tokio, piuttosto bene -volava lì una volta l'anno per la Milkfed, la sua linea d'abbigliamento. "Il jet lag ti fa contemplare la vita in un modo differente – dice – Tutte le distrazioni della tua vita quotidiana sono rimosse". Appollaiata su un divano all'ingresso del Chateau Marmont Hotel, Sofia Coppola è vestita completamente color blu navy (t-shirt, jeans, infradito), eccetto per le unghie dei piedi che sono dipinte in rosa baby. Mentre lavorava alla sua linea d'abbigliamento, girava video musicali e promuoveva il suo primo film, Il Giardino delle Vergini suicide, Sofia Coppola ha trascorso un bel po' di tempo negli hotel. In questo modo, negli ultimi due anni di viaggi, si è trovata ad ideare la storia romantica di due americani culturalmente straniati, che si incontrano in un hotel a Tokio. "Pensavo che sarebbe stato divertente vedere Bill Murray in questo contesto" continua la regista.  Quando è tornata a casa sua, a Los Feliz, terminata la promozione del Giardino delle Vergini Suicide, Sofia Coppola ha trascorso circa sei mesi a scrivere Lost in Translation (L'amore tradotto nella versione italiana, N.d.T.). "È un film sui malintesi tra i luoghi e le persone, è sulle cose che sono sconnesse e che sono alla ricerca di momenti di connessione. Ci sono così tanti momenti della vita in cui le persone non dicono quello che realmente vogliono dire, quando a loro manca in realtà solo l'altra persona e non aspettano altro che di correrle incontro nella hall di un hotel". Ha lavorato sulle prime venti pagine di sceneggiatura con la collaborazione del fratello Roman, anch'egli regista (CQ), e poi ha fatto ritorno a Tokio in cerca di ulteriore ispirazione. "Mi ha aiutato a ricordare cosa mi era piaciuto" dice "Ho sempre amato Park Hyatt. Volevo girare un film in quell'hotel. Mi piace il modo in cui ti imbatti sempre nelle stesse persone più e più volte, il cameratismo tra stranieri ".


In Lost in Translation, la ventenne Charlotte, il cui marito fotografo è sempre fuori per lavoro, incontra Bob, una star del cinema sulla cinquantina che è in città per girare lo spot per un whisky. Sono entrambi persi e vulnerabili e, nonostante la differenza di età, intrecciano un legame romantico – anche se non sessuale. La regista dice di essersi ispirata alle dinamiche di relazione tra Lauren Bacall e Humphrey Bogart nel classico noir di Howard Hawks, Il grande sonno. "Volevo che la struttura del film contenesse tutte le parti di una storia condensata in pochi giorni. Si conoscono, si lasciano". Osservato con precisione e con passo sontuosamente languido, Lost in Translation cattura la solitudine di una giovane moglie in cerca della propria identità, la solitudine di un marito cinquantenne in piena crisi di mezza età, e il modo in cui due sconosciuti possono venirsi incontro per provare a colmare qualcosa che manca in entrambi. Come regista, Sofia Coppola si prende il tempo di osservare piccoli dettagli di vita vera; in modo ammirevole, nell'epoca del videoclip, riesce a far respirare il film.

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Quando Sofia Coppola ha finito la sceneggiatura, lei e il suo agente, Bart Walker, hanno deciso di cercare di finanziare il film "alla Jim Jarmush". Secondo questo modello, il regista concede i diritti di distribuzione singolarmente in vari paesi esteri, mettendo insieme abbastanza prevendite straniere in modo da poter fare il film senza dover sottostare al controllo di un solo paese o di un distributore americano. "Non volevo fare qualcosa che avrei dovuto cambiare" sottolinea Sofia Coppola "Avevo un'idea di quello che volevo fare e non volevo avere un capo. E' difficile ottenere il final cut, ma è stato importante per avere la libertà di fare il film nel modo che volevo". Ma il problema con il metodo Jarmush è che pochi registi americani possiedono l'appeal internazionale per far finanziare completamente il film dai distributori internazionali. E spesso questi preferiscono finanziare cineasti indipendenti, sapendo che un distributore americano sta per lanciare il film negli Usa. E c'era un altro problema: la sceneggiatura di Sofia Coppola era lunga solo settanta pagine, cosa che preoccupava i potenziali finanziatori, che vedevano la possibilità che il film terminato non fosse lungo a sufficienza. Così, invece di vendere  una scarna sceneggiatura ai soliti sospetti negli Stati Uniti, i realizzatori sono andati innanzitutto in Giappone, dove Le vergini suicide era stato un enorme successo. Questo successo ha permesso ai realizzatori di cominciare in quella che sarebbe stata la principale sede di lavorazione in termini più vantaggiosi di quelli che sono normalmente garantiti agli indipendenti americani. Il produttore teatrale Tohokushinsa si è accordato per i diritti locali e poi, con il produttore Ross Katz che ha assicurato che il film sarebbe durato novanta minuti ("Ciò che nella sceneggiatura è mezza pagina – Charlotte che cammina sola per Kioto – è una sequenza di quattro minuti") anche il distributore francese Pathé si è inserito nel progetto. A questo punto, la squadra ha cominciato a discutere con la Focus International sperando che la compagnia di distribuzione internazionale si impegnasse a distribuire il film nel resto del mondo, andando a coprire i quattro milioni di dollari di budget mancanti. Per convincere la Focus dell'interesse del film, i realizzatori hanno chiuso un'altra trattativa da soli, per i diritti territoriali italiani alla Mikado. Dopo, la Focus si è impegnata a coprire il resto del budget e, quando Sofia Coppola ha terminato la prima versione, il braccio americano della Focus, la Focus Features, ha acquistato i diritti per la distribuzione negli Stati Uniti.

Fin dall'inizio, Sofia Coppola desiderava Bill Murray come protagonista del suo film. "Sofia ha scritto il film per Bill", dice Katz "Non l'avrebbe girato se non ci fosse stato lui". Ma c'erano due problemi. Primo, la produzione non poteva neanche lontanamente pagare il cachet hollywoodiano di Bill Murray. Secondo, Bill era difficile da raggiungere e bloccare. "E' quasi come una gara per superare tutti gli ostacoli quando qualcuno mi dice che non posso fare qualcosa che voglio", dice Sofia, "Mi fa provare ancora più insistentemente. E' stato quasi come un lavoro a tempo pieno, per cinque mesi, contattare Bill Murray". Un amico comune, lo sceneggiatore Mitch Glazer, ha incoraggiato la Coppola e mostrato il trattamento a Murray, "E mi ha aiutato nel mio avvicinamento. Bill aveva tutti questi grandi film che gli erano offerti. Si trattava di un'impresa rischiosa: avrebbe fatto questo piccolo film senza nessun soldo? Sarebbe stato molto doloroso se non lo avesse fatto." Alla fine Murray ha fatto sapere di essere interessato a interpretare il protagonista. Sofia Coppola ha ricevuto una telefonata notturna che le chiedeva di raggiungere Murray in un ristorante dove stava cenando con alcuni amici. Nel faccia a faccia con l'attore, ha trascorso cinque ore con Murray stringendo amicizia ma discutendo a malapena del film. Ma sebbene Murray si fosse detto disposto a interpretare il protagonista, la produzione non è riuscita ad ottenere la sua firma sul contratto prima della lavorazione. E per una coproduzione che mette assieme tre distributori stranieri, una compagnia di vendita statunitense, una compagnia di raccordo e la banca francese Natexis, non avere sotto contratto il protagonista del tuo film era ancora un altro grande ostacolo. Ma il regista Wes Anderson, che aveva lavorato con lui in Rushmore, ha detto alla la Coppola che "Se ha detto che lo vuole fare, ci sarà".  In questo modo, con il denaro del fiducioso Tohukushinsa, Coppola e Katz hanno speso circa un milione di dollari nella preproduzione senza sapere per certo su Murray sarebbe mai arrivato sul set. "Era una situazione che mi stava facendo impazzire" dichiara la regista. Alla fine, una settimana prima di iniziare a girare, Sofia ha ricevuto una telefonata da Katz, che aveva appena salutato Murray all'aeroporto: "L'aquila è atterrata".  Tutte le preoccupazioni sulla presenza di Murray sono svanite non appena si è cominciato a girare. "Bill è stato davvero dolce e disponibile. Diceva: "Pensavo che stavi rischiando, l'avrei fatto anch'io". Murray ha fornito un'interpretazione devastante, allo stesso tempo esilarante e tragica, che potrebbe portarlo ad ottenere la nomination all'Oscar. Per interpretare la parte del suo giovane alter ego, Charlotte, la turista solitaria abbandonata dal marito fotografo (Giovanni Ribisi), Sofia Coppola ha reclutato Scarlett Johansson (Ghost World), che ha compiuto diciotto anni durante la lavorazione del film e che somiglia alla sua regista in modo impressionante. Coppola ammette di essere imbarazzata per quanto lei e Scarlett Johannson si somigliano. "E' narcisistico. Mi confronto con lei. Mi piaceva il suo modo di comportarsi; è introversa, non esibizionista o iperattiva. C'è una parte di me in quel personaggio. Ha da poco compiuto vent'anni, sta per crollare, come la ragazza in Franny e Zooey. Quel personaggio è il vertice di differenti piani che si intersecano nella mia vita". "Puoi facilmente notare come il film sia molto personale" aggiunge Scarlett Johansson "Sofia pulsa attraverso il personaggio – il suo ironico senso dello humour, quel sentimento di essere persi e disillusi, provando a figurarsi quale direzione vuoi far prendere alla tua vita". Per girare, Sofia Coppola è arrivata a Tokio carica di mappe, stampe, schizzi, fotografie (è un'ottima fotografa) e un iPod, pronta a comunicare quello che stava cercando. "Conosceva il film da cima a fondo, l'ha riversato dalla sua testa sullo schermo" commenta Katz.

I riferimenti musicali vanno dal noise pop sognante della band irlandese dei My Bloody Valentine (il cui sfuggente leader, Kevin Shields, ha firmato quattro pezzi della colonna sonora del film) ai film preferiti di Sofia Coppola. Lei dice che In the mood for love di Wong Kar Wai "Contiene il sentimento di essere sul punto di qualcosa che sta per accadere". Ammira il modo in cui Bob Fosse rivela la sua vita privata in All that Jazz. "Mi piacciono i film quando sono sinceri, quando nascono dall'esperienza personale. Fosse ha lasciato che la sua ragazza interpretasse il ruolo della sua ragazza. Non è un'idea completamente romanzata di se stesso. E' onesto." E sebbene L'avventura di Antonioni "non abbia trama, non è noioso. Mi piace prendere tempo vagando con la musica. C'è moltissimo non detto in uno sguardo. Mi piace osservare le cose, non sono interessata a troppo dialogo". Poiché la sceneggiatura era così breve, c'è stato spazio per l'improvvisazione. "Molti dialoghi sono stati aggiunti all'ultimo momento" ricorda Scarlett Johannson, "ci ha permesso di improvvisare, e estraeva idee, linee, movimenti, stili; cose stupide come che io arrivo con le mie pantofole e lei che dice "Oh, dovresti indossarle". Era ricettiva mentre noi facevamo le prove."


Buona parte del film è girato in stile Dogma. Ironicamente, Coppola ha scoperto che era più facile "girare e scappare" in un paese straniero. L'atteggiamento permissivo dei giapponesi nei confronti delle riprese in location ha reso le cose più facili. In effetti, sono stati gli americani che hanno chiesto ai giapponesi di fornire la documentazione per ogni extra e per le location. Con una camera a mano Aaton, i realizzatori hanno fatto improvvisi assalti sui treni della metropolitana e affollate strade di Tokio, in cui la riluttanza giapponese al contatto visivo era un vantaggio. E durante la lavorazione, il fratello Roman andava a raccogliere con la seconda unità immagini di neon indistinti in giro per la città. Sebbene all'inizio ci fossero pressioni per girare in video, per questioni di costi, Sofia Coppola ha optato, in un certo senso sentimentalmente, per girare il film in pellicola. Suo padre, Francis Ford Coppola, appassionato di video, le ha detto "Potresti girare in pellicola. Non sarà in giro ancora per molto" e Sofia stessa ha pensato che sarebbe stata di aiuto per evocare "un sentimento frammentato, dislocato, malinconico, romantico. Lost in Translation è la memoria di pochi giorni incantati. Il video si esprime nell'immediato, nel presente".  Mentre il direttore della fotografia Ed Lachman filmò Le vergini suicide con sguardo formale, voyeuristico, freddo, Lance Acord, (che aveva girato il primo corto di Sofia Coppola e conosce bene Tokio) ha fotografato Lost in Translation di corsa, mescolando inquadrature delle strade di Tokio prese secondo l'estro del momento e interni con primi piani intimi dei personaggi. Alcune scene sono state completamente improvvisate, come una nella vetrina di una karaoke bar, dove Sofia Coppola ha allestito l'atmosfera di una festa tra amici che cantano canzoni pop, che lei più tardi avrebbe tentato di ripulire. Ha chiesto a Bill Murray di cantare "More than this" dei Roxy Music, mettendo in scena una deliziosa gag musicale dove Murray è visibilmente preso dal tentativo di raggiungere la nota impossibilmente alta che Bryan Ferry esegue all'inizio del pezzo. Un'altra volta, Sofia Coppola ha ribaltato ciò che si fa di solito su un set in caso di maltempo, cioè spostarsi verso un set coperto. Siccome una pioggia umida aveva reso la città nebbiosa e piena di atmosfera, Sofia Coppola ha abbandonato l'interno che stava girando per fare una sequenza in cui Charlotte cammina fuori. "In quindici minuti avevamo cambiato i piani e girato degli esterni", dice Katz, "Abbiamo ripreso Scarlett camminare attraverso Shibuya con centinaia di ombrelli translucenti, con il vapore che scendeva dai tetti e dai negozi di noodles. Dopo abbiamo dovuto fare i conti con la perdita di una location, ma ne è valsa la pena".


Per la produzione, Katz ha mescolato degli elementi chiave della troupe di provenienza americana – un direttore di produzione, production designer, costumista, direttore della fotografia, fonico, e un assistente alla regia giapponese ma di base a New York – con dei giapponesi per le figure secondarie. L'assistente alla regia traduceva per la parte giapponese della troupe, ma alcune differenze culturali non erano così facili da spazzare via. "Il rispetto e l'onore sono centrali per la cultura giapponese" dice Sofia Coppola, " Noi volevamo fare il film il più possibile in stile giapponese e non arrivare e dire "Bene, così è come facciamo in America". "Comunque, quando eravamo al ristorante shabu-shabu, potevamo girare solo fino alle quattro del pomeriggio" continua la regista, " Eravamo in ritardo di dieci-quindici minuti, e il proprietario ha tolto la spina, spegnendo così le luci. Stavamo mancando di rispetto al proprietario perché non eravamo pronti". Sofia Coppola ha finito di girare (e di stampare) la sequenza al buio. Ma, siccome avevano chiuso, il responsabile delle location ha dato le dimissioni "Gli avevamo fatto perdere la faccia con il proprietario", dice Katz. Alla fine, Sofia Coppola ha avuto sia la capacità e la flessibilità di immergersi in una cultura straniera, sia di capire in che modo poteva mescolare il meglio degli stili cinematografici americano e giapponese. E la sua avventura registica a Tokio ha reso la regista trentaduenne ancora più sicura circa quello che vuole fare nella sua vita: "Non posso immaginare di fare qualcos'altro che possa essere così divertente".


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Articolo di Anne Thomson, traduzione di Emanuele Marchesi


 


 

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