Libertad, di Clara Roquet

Libertad è l’esordio di Clara Roquet. Una storia di crescita e abbandoni, di personaggi che decidono di mentire a loro stessi per sopravvivere in luoghi ormai stretti con a fianco amori impossibili

Libertad è il primo lungometraggio di Clara Roquet, storia di Nora che sta per passare l’ennesima estate noiosa nella casa di famiglia sulla costa spagnola della nonna malata d’alzheimer. Qui conoscerà Libertad, figlia della domestica, che lascerà una traccia indelebile nella sua adolescenza.

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Clara Roquet inizia la sua carriera come sceneggiatrice. Vince ad esempio il premio Gaudì per la sceneggiatura di 10.000 km (2014) di Carlos Marques-Marce e poi pian piano passa alla regia. Esordisce nel 2015 con il cortometraggio El Adìos, vincitore del BAFTA Student Film Award e del premio Gaudì, storia di una badante boliviana nel giorno del funerale della donna che aveva accudito fino a poco tempo prima. E come conferma la stessa regista, i segni di Libertad sono già facilmente individuabili nella sua prima opera che sottotraccia racconta di donne che hanno dovuto abbandonare i propri figli nel paese d’origine per occuparsi di altre famiglie in Spagna. Donne alla ricerca di una maggiore stabilità economica, ma che hanno dovuto soffocare l’amore per i propri cari. E Libertad parte proprio da qui. Nonostante i palesi problemi di punto di vista, perché a dirla tutta ciò che veramente interessa non è la storia di Nora, ma quella di Rosalia e Libertad, il film riesce a raccontare di affetti mancati e abbracci spezzati, di memorie offuscate e labbra non baciate. Il tutto verso una precoce crescita che ha reso i personaggi bugiardi, verso loro stessi e verso gli altri. Unico modo per poter tirare a campare in luoghi ormai stretti con a fianco amori impossibili.

È più facile scegliere l’illusione, dire alle amiche che le vacanze al mare vanno alla grande, nascondere ai figli il tradimento con un altro uomo o il tradimento di una madre che non riconosce più i volti piuttosto che imparare a soffrire e guardare in faccia l’abbandono. Proprio come fa Rosalia ogni volta che guarda Libertad. Quando la madre di Nora caccia le figlie dalla stanza della nonna, lo fa perché non accetta l’abbandono. Non accetta che una madre possa tradire la propria memoria e dimenticare i propri cari. Preferisce nascondere, vivere nell’illusione che quelle vacanze possano funzionare. Teresa potrebbe tranquillamente essere la bambina abbandonata dalla badante nel primo corto della Roquet. E adesso non ci sta più, vuole che tutto ritorni al posto giusto sbagliando tutto, mossa ancora dal rancore e dalla rabbia. Discorso differente per Rosalia, che rappresenta un altro tipo di classe. Un altro modo di intendere le cose. Una donna che non è costruttrice d’illusioni, ma n’è vittima. Una mamma che soffre, impaurita forse di poter perder la memoria come la donna che accudisce. Ma che come Guy Pearce ha un nome tatuato sul corpo per ricordare. Quello della persona più importante della sua vita. Una ragazzina che sogna la Colombia, che sogna casa.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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