LIBRI DI CINEMA – "Dal Tibet a Hollywood", di Alessandro Izzi

izzi"Dal Tibet a Hollywood. Bertolucci, Scorsese, Herzog: tre sguardi occidentali sul buddhismo"
Alessandro Izzi
Aracne Editrice
Settembre 2008
Pag. 199 – euro 12.00

Molto ci sarebbe da dire sulla grande passionalità ed efficacia con cui Alessandro Izzi, caporedattore di www.close-up.it, porta avanti le quasi 200 dense pagine di questo suo volume: la strutta del libro non dimostra per il 'profano' cedimenti nemmeno quando i riferimenti alla dottrina buddhista si fanno particolarmente stratificati ed intrecciati. Infatti, altrettanto se non di più ci sarebbe da annotare sulla mastodontica competenza con cui Izzi dipana la sua profonda padronanza dell'estetica e della filosofia buddhista (la bibliografia è sorprendente), asservite con parecchi tocchi di gustosa originalità alla pratica dell'analisi filmica. Ma in realtà la ragione primaria per cui vale la pena affrontare la lettura del libro, è la sua lettura di Kundun di Martin Scorsese. Non che su Bertolucci (chiaramente Il piccolo Buddha) o su Annaud (Sette anni in Tibet, di cui non si fa menzione nel sottotitolo) lo sguardo di Izzi sia meno penetrante, ma la rilettura del lavoro di Scorsese e Thelma Schoonmaker per il biopic sul Dalai Lama si rivela come una vera e propria riscoperta di quella pellicola, poco amata dagli scorsesiani più fondamentalisti. Eppure, seguendo le riuscite ed avvincenti pagine di Izzi dedicate a Kundun (che tra l'altro ci paiono essere quelle in maggior numero all'interno dell'opera) ci si schiude nella testa l'ennesimo certosino lavoro di ricreazione delle miriadi di spunti della materia scorsesiana, attuato dal genio di Thelma Schoonmaker in sala di montaggio: e così Izzi disegna un complesso sistema segnico in cui non vi è in sostanza alcuna sequenza di Kundun che non sia stata in quest'ottica concepita, girata e infine montata senza seguire precisi riferimenti ai concetti cardine del buddhismo – oltre a ribadire la natura potentemente politica del film di Scorsese sulla resistenza del popolo tibetano, ecco che Izzi ce lo fa recuperare allora anche come stratificatissima opera filosofica. Non gli riesce – resta però da dire – con eguale maestria l'operazione anche su Kalachakra di Werner Herzog, la cui trattazione all'interno del volume occupa ben poche pagine, senza avere la stesso mirabile fascino del resto del libro, forse perché “di quello che dovrebbe essere il vero centro d'indagine del documentario (filmare ed aiutare il pubblico occidentale a comprendere il senso ultimo della cerimonia del Kalachakra con la creazione e poi la distruzione del grande mandala di sabbia) il regista monacense si disinteressa quasi subito”.Completano l'opera due parole introduttive di Giovanni Spagnoletti.