LIBRI DI CINEMA – "Edgar Reitz" di Matteo Galli

EDGAR REITZ
Matteo Galli
Editrice Il Castoro
finito di stampare in ottobre 2006
277 pag. – 15,50 euro

La reperibilità delle opere di Edgar Reitz è tutt'altro che buona. Sinceramente, prima di scrivere questa recensione ricordavamo al massimo tre lungometraggi prima di Heimat. Invece le cose sono molto più complesse. In primo luogo perché le opere giovanili di Reitz sono anche quelle di pura avanguardia, film sperimentali, come Comunicazione: tecnica dell'informazione, Velocità. Cinema uno, Varia Vision, girate quasi contestualmente alla firma da parte di Reitz del famoso manifesto di Oberhausen, il 28 febbraio 1962, che sanciva la nascita del nuovo cinema tedesco e la fine del solito criticato cinema di papà. In secondo luogo, le opere che precedono il primo Heimat, escludendo i documentari e cortometraggi sperimentali e non, sono praticamente una decina. Tra i quali Pasti, premiato al Festival di Venezia del 1966 e poi l'incredibile Storie della ragazza del bidone (1970), in sedici millimetri di cui a quanto pare è perduta la versione integrale, assurdo gioco di cinema on demand, servito agli avventori di un cabaret monacense con durata variabile da uno a venticinque minuti per ventidue episodi, che fanno un film di tre ore e mezzo. Come dice Galli: "fatta salva la struttura estremamente episodica e giustappositiva, possiamo dunque considerare le Storie, come il primo sconfinamento da parte di Reitz in direzione delle dimensioni monumentali di Heimat". I titoli degli episodi sono tutto un programma: "Il tesoro di una casa è la pulizia", "Sindrome del bidone", "Su questa terra il denaro è cosa vile", "La ragazza ama un buon uomo fino a mangiarselo", "La ragazza del bidone conosce un lord e viene impiccata", "La ragazza del bidone annega i bambini nel bidone". Si tratta di una vera favola destrutturata e folle, laddove "la sfida produttiva e distributiva, estetica e morale passa attraverso la consapevole parodia e citazione dei generi cinematografici vigenti: dal film in costume al musical, dal soft porno allo short pubblicitario, dal western alle commedie slapstick magari in versione Nouvelle Vague e dintorni".
Il fallimento di un'opera mitologica come La cosa d'oro (1971) deve aver suggerito moltissimo a Reitz, dove gli obiettivi politici si stemperano sui limiti di una messa in scena a corto di mezzi. La scelta, in questo caso, di interpreti/personaggi solo adolescenti risulta molto forte come legittimazione generazionale, dall'altra parte, dice Galli, "finisce per provocare momenti di involontaria (?) comicità". Il "passaggio" alla fase di Heimat è sancito da questo film che anticipa molti sviluppi narrativi, tra cui l'ambientazione nella regione dell'Hunsrück, Simmerm e poi i nomi di Simon e Kröber e la gioielleria.

Passando ad Heimat ci sembra appropriata la considerazione di Galli, circa la parentela molto stretta della saga con la forma romanzesca, ed in particolare di Heimat 1 con il romanzo familiare, di Heimat 2 con il romanzo di formazione ed infine di Heimat 3 con il romanzo d'attualità. A parte le considerazioni contenutistiche, Galli descrive perfettamente la fatica da parte di Reitz nel realizzare i film rispetto al contesto storico che cambia velocemente. Se la prima parte di Heimat è rievocazione sovversiva del passato, mutando radicalmente la tradizione degli Heimatfilm edulcorati degli anni Cinquanta, la seconda parte è un affresco dell'allontanamento, della separazione dell'individuo dal paese natale. L'aggettivo numerale zweite, "seconda", si riferisce dunque ad una seconda Heimat, una seconda "patria"; "zweite" è quindi "un aggettivo in funzione modale", laddove è "preminente il fatto che in questo film si descriva una seconda patria che, com'è ovvio, viene cronologicamente dopo la prima ma che, avanti a tutto, ha l'ambizione di porsi come sostitutiva a quella originaria". Mentre il terzo Heimat, ritorno alle origini, segna anche quel cambiamento di rotta che ha molto lacerato Reitz. Cambiamento dovuto alle difficoltà produttive che volevano a tutti i costi una sintesi degli eventi narrati. È a questo punto che l'universo diegetico di Heimat perde le caratteristiche delle parti precedenti. Galli porta l'esempio dell'inizio di Heimat 3 quando nel giro di pochi minuti Clarissa ed Hermann si incontrano a Berlino al momento della riunificazione delle Germanie il 9 novembre del 1989 per la Caduta del Muro: "come se questo non bastasse, i due protagonisti si rivedono e pochi minuti dopo sono in una camera d'albergo abbracciati, ancora pochi secondi e Clarissa racconta della casa della Günderrode. Dopodiché, mentre ancora scorrono i titoli di testa, i due partono alla volta dello Hünsruck: quando arrivano vedono i fuochi, tipici in Germania della festa di San Martino l'11 novembre". Sono passati nel film appena otto minuti. Reitz aveva girato in realtà più di un'ora di film relativo a quel che accadeva a Berlino quel giorno alle due figure principali. Galli afferma che "è assai probabile che questa rutilante scorribanda fra gli avvenimenti più importanti degli anni Novanta non sia stata una scelta deliberata ma solo il risultato di un montaggio per così dire coatto".
Heimat Fragments non è più la continuazione di un racconto ma, come ben definito da Galli nel titolo di un capitolo sintomatico: "Archeologia di un futuro: Heimat-Frammenti", un "affettuoso ed elegiaco commiato dal microcosmo di Heimat, da questa sorta di universo parallelo con il quale Reitz ha convissuto per un quarto di secolo; e come un commosso e in alcuni punti divertito congedo questo film va in prevalenza considerato, un congedo che Reitz dedica ai suoi personaggi, ai suoi attori, a se stesso e alle centinaia di migliaia di aficionados della trilogia sparsi in giro per il mondo".


Considerevole lo sforzo di Galli per sintetizzare il complicato universo del regista, grazie anche alla lunga intervista introduttiva, raccolta appena qualche mese fa (febbraio 2007). Galli è sempre attento ai rapporti di Reitz con i suoi numerosi collaboratori di lavoro e i conflitti, le amicizie, come quella con un altro importante alfiere del cinema tedesco, Alexander Kluge.
Le schede della filmografia sono molto complete e corredate di utili traduzioni letterali dall'originale tedesco. La bibliografia, che è limitata ad una scelta selezionata, cita principalmente importanti quotidiani. Avremmo gradito una più nutrita selezione di riviste internazionali di cinema.