LIBRI DI CINEMA – “Guerra in cento film”

Claudio G. Fava, da raffinato critico qual è, riesce nella faticosa impresa di riassumere in cento film il cinema di guerra dalle origini ai nostri giorni. Apparentemente il compito potrebbe sembrare facile, ma a ben vedere, selezionare quei cento film significa scrivere sottotraccia, e neanche tanto, l’intera Storia del cinema. Edito da Le Mani

 

-----------------------------------------------------------
NOVITA’ – CORSO ONLINE TEORIA DELLA SCENEGGIATURA


-----------------------------------------------------------

Guerra in cento film“Guerra in cento film”
Claudio G. Fava
Edizioni Le Mani, 2010
p. 236 – euro 18

----------------------------
CORSO ESTIVO DI RIPRESA VIDEO

----------------------------

Claudio G. Fava, da raffinato critico qual è, riesce nella faticosa impresa di riassumere in cento film il cinema di guerra dalle origini ai nostri giorni (ma si tratta della collana dell’editore Le Mani che affronta i generi storici della Storia del Cinema, con una sintesi voluta di solo 100 film). Apparentemente il compito potrebbe sembrare facile, ma a ben vedere, selezionare quei cento film significa scrivere sottotraccia, e neanche tanto, l’intera Storia del Cinema, laddove giocoforza occorre registrare la tenuta dei cosiddetti capolavori, e magari ci si chiede se quel film fondamentale negli anni sessanta era davvero un capolavoro, come La battaglia di Algeri, di Gillo Pontecorvo, verso il quale Fava testimonia, anche se in modo velato, il suo scarso entusiasmo: “Gillo, regista di pochissime opere dirige in Algeria questo film che spicca in una carriera scarsa di titoli e povera di successi di pubblico, appunto con l’eccezione de La battaglia di Algeri. Che a Venezia ottiene il Leone d’oro e che in giro per il mondo affascina tutta una generazione di studenti di cinema e di giovani cineasti, i quali negli anni ’90, ormai famosi, quando egli diventa il direttore della Mostra di Venezia, sono pronti a concedergli qualsiasi cosa, grazie anche alla consacrata popolarità dell’opera nel mondo anglosassone”. Come si vede, Fava diverte il lettore con i suoi sottintesi, la piccola ironia, perfino le insinuazioni educate. Più avanti nella scheda, Fava riconosce l’abilità di Pontecorvo nel rappresentare un quadro realistico e attendibile. Sempre in questa scheda, ma il discorso vale per tutte le altre, troviamo una serie di informazioni non solo di cinema ma che arricchiscono la lettura rendendola più spessa e stratificata. Per esempio, specificando che non era coinvolta nell’evento, come molti credevano, la Legione Straniera ma i soldati dei durissimi reggimenti di Chasseurs Parachutistes Coloniaux, in parte confluiti nella cosiddetta Fanteria di Marina. Molti titoli rimangono delle certezze per Fava, come La grande illusione (1937) di Jean Renoir: “Renoir, o della perfezione. I suoi film di talento (sovente di grande talento) sono molti. E assai spesso sono cari al nostro cuore. La sua vita fu intensa e la sua carriera straordinaria. Però mai come qui egli è stato completamente se stesso, recuperando alcune sue personali esperienze di ufficiale di cavalleria e di pilota, e in pari tempo di francese che negli anni ’30 fu sensibile alle seduzioni del Fronte Popolare, per fonderle in un apologo che fa di La grande illusione sicuramente uno dei più bei film sonori mai realizzati al mondo”. Come si nota in questa scheda Fava non teme giudizi apodittici, che poi comunque argomenta, e si spende nell’esprimere sentimenti personali delle sue relazioni con il film, estendendoli con il termine “nostri cuori” a tutta una generazione di critici come la sua che per motivi anagrafici incontrò questo film in giovanissima età (Fava è del 1929) e ne furono tutti sicuramente segnati. Se scorrete la lista dei film negli stessi anni, appena dopo La grande illusione,  trovate Il grande dittatore di Charlie Chaplin. La prima cosa che pensate: cos’altro si può dire su questo film? Ed in effetti, Fava occupa soltanto una pagina e mezzo (misura standard del resoconto di un film, un po’ di più o un po’ di meno), chiudendo nell’unico modo possibile, vale a dire riportando il discorso di Chaplin all’umanità: “Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio governare o conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre. Dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti….”. Per Paisà, succede la stessa cosa. Fava esordisce: “Cosa si può scrivere ancora su questo capolavoro? che non sia già stato scritto, e molto spesso anche meglio?” Anche qui Fava va dritto alla sua preferenza per l’ultimo episodio che compone il film, “mi pare uno dei momenti più toccanti di tutto il cinema italiano sonoro: la desolazione della foce del Po, la devozione silenziosa di quei paesani rivieraschi mutati in partigiani…”. Degli anni cinquanta Un condannato a morte è fuggito di Robert Bresson “è un film miracoloso”, definizione perfetta per tutta la filmografia bressoniana. E poi “la mazzata” di Orizzonti di gloria di Kubrick. Se passiamo agli anni settanta scorriamo Apocalypse Now, che è forse il film trait d’union con la spettacolarità degli anni a venire. Per Fava Coppola è abbastanza rispettoso delle tradizioni militari statunitensi. Il che non gli “ha impedito di scoperchiare gli scheletri della guerra del Vietnam, allineando una serie di ritratti estremi”. Ovvero il bombardamento al napalm con accompagnamento musicale de La cavalcata delle valchirie, il surf e le conigliette di Playboy. Gli anni a noi vicini forse erano i più difficili. Perché U-Boot 96 di Wolfgang Petersen che si prende quattro pagine e mezzo? Forse andrebbe rivisto, nella scheda troviamo il perché di questa scelta nel crudo realismo e nella efficacia dei dettagli, nei vari episodi selezionati nella sceneggiatura del film. O forse perché U-boot 96 è semplicemente uno dei migliori film di sommergibili, sui quali troviamo in nota perfino la scheda tecnica. Ci fa piacere l’inserimento di Kippur, di Amos Gitai e anche, seppure un po’ titubante da parte di Fava, quello di Malick con La sottile linea rossa, per cui la critica non è riuscita a dialogare bene con l’opera (qui Fava ricorre alla citazione di Grazia Paganelli sul regista, nella voce contenuta nell’Enciclopedia Treccani). Il fatto che il volume non includa i film con tematica sulle guerre precedenti il primo conflitto mondiale, non ci sembra una mancanza grave anche se nella nota si auspica di risolverla con un altro volume. Infine, ottima la presenza di un apparato fotografico di ben 48 pagine, rilegate in tre gruppi nelle varie parti del volume seguendo l’ordine cronologico, che contiene sia locandine che scatti di scene.

 

--------------------------------------------------------------
Sentieriselvaggi21st #11: JONAS CARPIGNANO La nuova frontiera del cinema italiano

--------------------------------------------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative