LIBRI DI CINEMA – “Il signore del caos. Sono Sion”, a cura di Dario Tomasi e Franco Picollo

Il signore del caos. Sono Sion

A cura di Dario Tomasi e Franco Picollo

Uzak Caratteri Mobili

Pagine 191

18,50 euro

 

Sperimentale, cruento, creativo e cinefilo, Sono Sion è uno di quei registi che sanno come spiazzare e affascinare, perché, come ha ben colto Emanuela Martini nel primo dei sei saggi di cui questo volume è composto (“Colpevole di romanticismo”), del mondo egli ha “una visione nera, cattiva, che oscilla tra la malinconia e la disperazione, tra l’umorismo e la cupa tragedia”. Ritmi sincopati e lirismo, tragedia e commedia, omaggi alla tradizione e sfottò, odio e amore: il cineasta di Toyokawa rincorre i propri eccessi ed i propri contrasti, armonizzandoli con una estrosa padronanza degli strumenti tecnici utile a tener sempre viva quella fama di “pazzo” con cui oggi è accolto e amato/detestato.
Il signore del caos, volume curato da Dario Tomasi e Franco Picollo, riprende ed analizza i temi più significativi dell’ingente produzione di Sion, cogliendone le novità rispetto al contesto cinematografico in cui è maturata, come quando, ad esempio, emerge la questione religiosa. È a questo punto che si annulla quasi totalmente ogni differenza tra le religioni e le sette estremiste, secondo le pertinenti osservazioni dello stesso Tomasi (nel saggio “Mi chiamo Sono, ma…”) e di Matteo Boscarol (in “Mi chiamo Koike, vendo droga e liberazione”), che prendono a scopo esemplificativo i precari equilibri padre/prete-figlio di Love Exposure,  la “santificazione” di corpi scuoiati davanti alla statua di Maria in Cold Fish, la fascinazione delle sette in Noriko’s Dinner Table. I protagonisti dei suoi film sono giovani, se non giovanissimi, infelici e decentrati rispetto alla rigidità dell’ordine costituito, che tentano di infrangere sino all’autolesionismo e alla frammentazione di sé e che raramente si aprono alla speranza di un cambiamento.
Completano il volume un’intervista allo stesso Sono di Boscarol (“E se aggiungessi il movimento”), da cui traspare la viscerale passione per le esperienze filmiche anche nostrane (Fellini e Pasolini in particolare) e la necessità per una affermazione artistica che non sia più solamente intellettuale, ma anche politica, e la guida alla filmografia del cineasta. Un percorso ben articolato, dal cortometraggio Love Song del 1984 a The Land Of Hope del 2012, storia di sopravvivenza in un paesaggio postnucleare già presentato a Venezia 68 e premiato al 37° Toronto Film Festival.