LIBRI DI CINEMA – Le novità di Luglio

Splendor – Storia (inconsueta) del cinema italiano

Steve Della Casa

 

La storia del nostro cinema, dagli esordi dei primi del Novecento a oggi, fra genio, mestiere e improvvisazione. Una storia che mescola capolavori e pellicole di cassetta, luci e zone d’ombra, fatti e leggende metropolitane, per chiunque ami il cinema e basta. Lo sapevate che Michelangelo Antonioni, il regista intellettuale per eccellenza, si presta a girare gli interni del mitologico Nel segno di Roma con Anita Ekberg, che Sergio Leone non ancora famoso dirige Il colosso di Rodi e Gli ultimi giorni di Pompei e che Carlo Lizzani ha girato un western con Pasolini attore? Oppure che il futuro premio Oscar Carlo Rambaldi muove i primi passi costruendo una rudimentale idra a quattro teste per Maciste contro i mostri ma il camioncino che la trasporta si ferma per un guasto a Roma sulla via Tuscolana tra l’ilarità dei passanti? Steve Della Casa racconta il cinema italiano da un punto di vista inedito: quello di chi il cinema l’ha fatto e di chi l’ha guardato. È una storia non lineare, inconsueta, raccontata il più possibile dai protagonisti, che mescola il cinema alto con quello commerciale, le punte di creazione artistica con gli espedienti più astuti e più divertenti. Perché il cinema italiano, secondo solo a Hollywood per film prodotti, ha una caratteristica: non è mai stato un’industria nel senso compiuto e letterale del termine, ma un vero e proprio turbinio di creatività, di artigianato e di arte di arrangiarsi. Non manca nessuno all’appello: dal D’Annunzio di Cabiria alla stagione del cinema di regime, dal neorealismo alla commedia all’italiana, dai film mitologici agli spaghetti western, fino a Benigni, fino a oggi.

[Laterza Editore – pp. 140 € 14,00]



Attacco alla casta. La critica cinematografica al tempo dei social media

Maria Cristina Russo

 

Ognuno ha due mestieri: il proprio e quello di critico cinematografico. Così scriveva François Truffaut più di mezzo secolo fa e oggi l’affermazione può considerarsi confermata. Il cinema sembra ormai alla portata di tutti, come le occasioni e gli strumenti per parlarne, mentre sul web dilaga una sorta di vocio indifferenziato, ma cresce anche una nuova generazione di esperti pronti a smascherare ipotetici errori e banalità tanto dei critici della vecchia guardia quanto dei cinefili concorrenti. Intanto, cinema, internet e social media entrano nelle nostre vite in modo sempre più pervasivo e coinvolgente, trasformandole e offrendoci l’opportunità di sperimentare un’intera gamma di nuove esperienze. Attacco alla casta. La critica cinematografica al tempo dei social media riesplora l’identità di una disciplina dai mille volti e in continua evoluzione, sottoponendo la critica online a un approccio finora riservato alla critica ufficiale, riflettendo con obiettività e ironia sui principali casi proposti dal web e allargando lo sguardo sullo sconfinato panorama dei new media che cambiano ogni giorno di più il modo di pensare, guardare e vivere il cinema.

[Le Mani Editore – pp. 192 €18,00]



Amir Naderi (Moviement n. 9)

Gemma Lanzo, Costanzo Antermite (a cura di)

 

Amir Naderi è uno dei più autentici ed originali uomini di cinema concretamente operanti sulla scena internazionale. Il regista inizia la sua carriera nel suo paese d’origine, l’Iran, dove gira i suoi due capolavori Il Corridore (1985) ed Acqua, vento, sabbia (1988). Verso la fine degli anni Ottanta si stabilisce negli Stati Uniti come filmmaker indipendente e, di festival in festival, di rassegna in rassegna, conquista premi e consensi (già nel 1975 gli era stato consegnato da François Truffaut il Grand Prix all’11 International Meeting of Film and Youth al Festival del Cinema di Cannes). Durante questo periodo filma gli Stati Uniti diventando a tutti gli effetti un regista americano, dopodiché va alla scoperta di un altro dei paesi da lui amati, il Giappone, dove con una troupe interamente locale inizia le riprese del suo ultimo film Cut (2011). Naderi è a tutti gli effetti un cineasta “itinerante”, filma ciò che vede e ciò che sente nei luoghi a cui “sente” di appartenere e lui stesso si definisce un filmmmaker internazionale. I suoi film sono tutti all’insegna di un certo realismo poetico in perfetto equilibrio con uno sperimentalismo tecnico e stilistico ai limiti dell’astrazione dove la costruzione della trama è consegnata alle immagini, al montaggio e al suono.

[Gemma Lanzo Editore – pp. 224 € 16,00]



Fenomenologia del cinepanettone

Alan O’leary

 

I cinepanettoni: film di enorme successo e autentici cult contemporanei. Malgrado ciò rimangono, a livello di studio, ancora praticamente inesplorati. Questo libro è una storia analitica di un fenomeno unico per la cui comprensione si offrono vari spunti, mettendo l’enfasi soprattutto sull’aspetto carnevalesco, perfino utopico del filone. Oltre ai capitoli dedicati alla spesso negata varietà di tale produzione filmica, alla diffusa nostalgia sentita per il suo capostipite (Vacanze di Natale del 1983), e all’analisi del consumo dei cinepanettoni condotta mediante questionari in rete, il libro contiene un’ampia e vivace selezione delle numerose interviste condotte dall’autore con attori, registi, produttori, critici e fan.

[Rubettino Editore – pp. 158 € 14,00]



Generi e industria cinematografica in Italia. Il caso Titanus (1949-1964)

Francesco Di Chiara

 

La Titanus è la casa di produzione più longeva della storia del cinema italiano. Nel 2004 ha celebrato i cento anni di attività, poco prima della scomparsa di Goffredo Lombardo, che la portò al successo sia nell’ambito del cinema di genere, con i melodrammi interpretati da Amedeo Nazzari e con la serie di Pane, amore e fantasia, che in quello del film d’autore. Questo volume è in particolare dedicato ai prodotti popolari della Titanus degli anni d’oro (a cominciare da Catene di Raffaello Matarazzo, il maggior incasso della stagione 1949-50), e si concentra soprattutto sulle dinamiche industriali e sui generi che hanno permesso la continua espansione della compagnia. Il saggio approfondisce anche una serie di questioni relative all’industria del cinema nazionale negli anni della sua massima fortuna, come ad esempio l’evoluzione delle pratiche produttive nei primi vent’anni del dopoguerra, o i legami che il cinema di genere italiano intrattiene con le forme spettacolari tradizionali (come la sceneggiata o il teatro di rivista) e con il nuovo paesaggio mediatico degli anni del boom economico. Quello che ne emerge è il ruolo fondamentale svolto da una realtà industriale di primo piano in un momento cruciale del processo di modernizzazione del Paese.

[Edizioni Lindau – pp. 304 € 26,00]



Cinema e autori sulle tracce delle migrazioni

Andrea Corrado e Igor Mariottini

 

Cinema e migrazioni sono apparsi in Italia più o meno nello stesso periodo. Nei primi anni del Novecento schermi e pellicole si moltiplicavano nelle città e nei paesi, con visioni e sogni destinati sia all’aristocrazia intellettuale sia al popolo. Nel frattempo, l’emigrazione offriva altri sogni e visioni, ma solo in determinate aree della penisola, dove le condizioni di vita spingevano un numero crescente di persone a imbarcarsi per terre straniere e lontane, in cerca di pane e futuro. Da allora, storie e immagini di migranti hanno attraversato il cinema italiano in un rapporto spesso discontinuo, a volte controverso, ma sempre ricco. Tra cronaca e finzione, spunti di riflessione e magia dei fotogrammi, il volume percorre le tappe di questo rapporto, con una panoramica sui film italiani che hanno raccontato le migrazioni e i loro protagonisti. Dagli italiani in partenza di Pane e cioccolata e di Nuovomondo, agli esodi interni da Sud a Nord di Rocco e i suoi fratelli e di Napoletani a Milano, con un breve viaggio nella «migrazione da ridere» di tante commedie, da Alberto Sordi di Bello, onesto, emigrato Australia… a Paolo Villaggio di Sistemo l’America e torno. Per chiudere il cerchio con i titoli degli ultimi venti anni, che portano anche sul grande schermo la dilagante e problematica presenza di cittadini stranieri nel nostro paese. Loro come noi un secolo fa, costretti a lasciare la propria terra, in cerca di pane e futuro.

[Ediesse Edizioni – pp. 160 € 12,00]

LIBRI DI CINEMA – Le novità di luglio

L'anno di noi due. Un padre. Un figlio. Tre film a settimana.
David Gilmour


Tre film a settimana, tutte le settimane, per almeno un anno, da guardare insieme nel salotto di casa. È l’impegno che David Gilmour ottiene dal figlio Jesse adesso che anche l’ultima battaglia sembra persa, e Jesse – sedici anni, buona parte dei quali trascorsi a morire di noia sui banchi di scuola – ha annunciato l’intenzione di lasciare gli studi per sempre. Nasce così, come una scommessa, il Film Club, il circolo esclusivo che ha come unici membri David e Jesse: la scommessa di un padre deciso a scuotere il figlio dal proprio torpore. A colpi di grandi film. Da Truffaut a Manhattan, da Herzog a La dolce vita, passando per Scorsese e Basic Instinct, la strana educazione di Jesse non segue uno schema preciso, non ha bisogno di libri né di lezioni. Ma si nutre di aneddoti, di curiosità e di divagazioni che piano piano mettono a nudo, oltre l’illusione del Cinema, le emozioni, i drammi e le avventure della vita vera. Mentre sullo schermo i pugni si alternano alle carezze, le delusioni ai grandi amori, Jesse e David imparano a capirsi davvero e ritrovano il bandolo delle rispettive ingarbugliate esistenze. Coinvolgente e ispirato come un romanzo, L’anno di noi due è una storia vera e indimenticabile. Una dichiarazione d’amore per il cinema e per i figli, perché non esiste forza più grande di quella delle nostre passioni.

[Rizzoli – pp. 210 € 17,00]


manoel de oliveiraManoel De Oliveira. Cinema, parola, politica.
Francesco Saverio Nisio


Nato nel 1908 a Porto (Portogallo), città dove vive da sempre, Oliveira gira il primo film nel 1931, il muto Douro Faina Fluvial consacrato al lavoro dell’uomo e della donna sul fiume Douro. Nello stesso anno anche Vigo realizza la sua opera prima: Oliveira accompagna la storia del cinema come un’ombra e al contempo vi contribuisce – a volte la precede, aprendo nuove strade. Nel 1963, sotto la dittatura di Salazar alla quale ha opposto resistenza, è suo il primo film politico portoghese, Acto da Primavera, due anni prima del Vangelo di Pasolini: la Passione secondo una tradizionale recita popolare, ricostruita esibendo gli artifici del cinema (i suoi «Misteri») nonché, nel finale, i disastri della guerra, la Passione in tutte le guerre. Oliveira tornerà spesso su temi storici, riflettendo in modo anche critico sulla mitologia politica portoghese: NON ou a Vã Glória do Mandar (1990), Palavra e Utopia (2000), O Quinto Império (2005).
Solo a sessantatre anni, con la dittatura in declino, prende avvio per lui una regolare carriera artistico-produttiva: i primi dieci anni vengono dedicati a quattro opere sulla relazione fra i sessi, girate in collaborazione con scrittori portoghesi quali Régio e la Bessa-Luís: O Passado e o Presente (1972), Benilde ou a Virgem-Mãe (1975), Amor de Perdição Normal 0 14 (1978), Francisca (1981). L’ultimo è il film col quale è consacrato all’estero, la critica menziona Buñuel, Dreyer, Bresson, Straub: Oliveira è infine fra i suoi pari, il futuro mostrerà che in qualche caso ha anche fatto un passo in più. Il regista è ora invitato regolarmente ai principali festival inanellando un film all’anno, fino a Cannes 2010 con O Estranho Caso de Angélica, progetto degli anni Cinquanta infine realizzato. Nel 1985 ha filmato Le soulier de satin da Claudel, durata ore sette; è del 1991 una Divina Comédia collocata in una casa per alienati mentali; nel 2003 gira Um Filme Falado, di ambientazione mediterranea e film-kamikaze – anche questa, a suo modo, una prima nella storia del cinema (politico). Ha diretto attori del calibro di Mastroianni, Deneuve, Malkovich, Piccoli, oltre ai conterranei Cintra e la splendida Leonor Silveira, «la miglior Bovary di tutti i tempi» in Vale Abraão (1993). Ha reso omaggio a Chaplin nella Lisbon Story di Wenders. Oggi, e da sempre, è il maggior regista portoghese nonché, insieme a Saramago, l’artista del suo paese più conosciuto all’estero. I suoi film soffrono il doppiaggio, il formato televisivo, la disattenzione dello sguardo: cinema da vedere col cuore e da ascoltare con la mente, un passo al di là di Kubrick…

[Le Mani – pp. 352 € 18,00]

 

Isabelle Huppert. La seduzione ambigua
Deborah Foschi

Intelligente e sofisticata, fredda e appassionata, tragica e multiforme, sono solo alcuni degli aggettivi utilizzati per descrivere il talento naturale e la ricercata arte di Isabelle Huppert, raffinata e straordinaria interprete del cinema e del teatro francese, conosciuta e apprezzata a livello internazionale. Il volume propone una lettura critica della figura attoriale di questa coraggiosa artista che ha saputo trasformare sagacemente la propria immagine e incarnare modelli femminili di volta in volta fragili, dolorosi, scomodi, sconvolgenti, ambigui, assolutamente atipici. Ripercorrendo sinteticamente la ricca e ancora incompleta filmografia esistente e analizzando la ricezione da parte della critica italiana e francese, si dà conto delle importanti collaborazioni con cineasti del calibro di Cimino, Ferreri, Godard, Haneke, Pialat, Schroeter, Tavernier e molti altri che ricorrono al fascino impenetrabile dell'attrice plasmando personaggi che si imprimono indelebili nella memoria dello spettatore. Ma sono le pellicole di Chabrol che fissano i gesti, i "tropismi", le intuizioni più felici che la Huppert matura e vive sulla propria pelle, sul volto intenso, nel fisico asciutto. Perché la straordinaria capacità di questa attrice, come suggerisce Elfriede Jelinek, è che non si limita a rappresentare, ma "è".

[Le Mani – pp. 224 € 16,00]

la scrittura e lo sguardoLa scrittura e lo sguardo

Giorgio Tinazzi

Scrivere di cinema e letteratura significa, di solito, occuparsi di storie prese a prestito, rielaborate o fatte proprie. Vuol dire però indagare anche altri temi: il lavoro di sceneggiatura, le influenze reciproche, le ambientazioni di tanti libri, le diverse forme di racconto, gli incroci di mestieri, le strategie di mercato. Questo libro, presentato in una nuova edizione aggiornata e ampliata, fornisce elementi di conoscenza e interpretazione del complesso rapporto tra i due linguaggi.

[Marsilio – pp. 240 € 12,50]

 
Lo schermo sonoro – La musica per film
Roberto Calabretto


Non esiste un genere "musica da film"», ha affermato Nicola Piovani. Ogni pellicola ha, infatti, uno specifico universo sonoro ed è impensabile tentare di descrivere sistematicamente un linguaggio che per sua vocazione è destinato a essere transeunte, se non effimero. Un regista e il suo compositore possono mescolare svariati generi e suggestioni, creando paesaggi sonori in cui il sinfonismo di stampo ottocentesco tende la mano alle atmosfere della musica da camera del xx secolo e dove la musica elettronica si alterna a pagine del repertorio classico, in un gioco di rimandi, citazioni e parodie. Roberto Calabretto ci conduce per mano in un viaggio all'interno del delicato rapporto tra schermo e musica, mostrando come la colonna sonora «sia pianificata, composta, registrata, montata e finanziata; [.] come si possa pensare, parlare e scrivere di musica [per film], come si realizzi la sua forza drammaturgica e che effetto eserciti nel film finito». L'attenzione si focalizza su registi che con particolare perizia hanno saputo allestire il paesaggio sonoro cinematografico: da Michelangelo Antonioni a Federico Fellini, da Robert Bresson a Jacques Tati, da Andrej Tarkovskij a Werner Herzog. Un'indagine a tutto campo che segue la musica dalla preproduzione alla scrittura, dalla postproduzione a quei fenomeni – la risonorizzazione e il restauro – estremamente importanti ma ancora scarsamente indagati.

[Marsilio – pp. 320 € 28,00]

 
Harry Potter al cinema
Valentina Oppezzo


Harry Potter al Cinema è il primo saggio italiano (e non solo) a occuparsi del fenomeno Harry Potter nelle sue trasposizioni cinematografiche, considerate come il risultato di un processo che parte dai romanzi, scritti dalla penna di J.K. Rowling, e approda al cinema attraverso una numerosa serie di passaggi.
Il fulcro dell’analisi è il percorso dalla carta allo schermo: partendo dai sette libri della serie (e dalle loro potenzialità filmiche), si passa alla sceneggiatura e all’adattamento dei contenuti narrativi dal medium letterario a quello cinematografico, per arrivare alla messa in scena, e infine all’inquadramento delle pellicole di Harry Potter all’interno del panorama cinematografico internazionale.Nello specifico, vengono approfonditi molti degli aspetti che hanno reso la vicenda del giovane mago così vivida ed emozionante sullo schermo, come la scenografia del castello di Hogwarts e i suoi continui cambiamenti, i costumi scolastici degli studenti, o la colonna sonora. Ma non solo. L’autrice si è chiesta: quali sono le ragioni delle variazioni nella trama apportate all’interno
delle pellicole? Perché più cineasti (quattro) si sono avvicendati alla regia dei film di Harry Potter? E inoltre: come si può considerare il fenomeno nel suo insieme?
Il tema è affrontato con sguardo tecnico e, laddove i libri sono inquadrati nel contesto della letteratura infantile, i film vengono esaminati alla ricerca di quegli elementi di continuità, di varietà e di crescita che caratterizzano la saga nel suo progressivo avanzare, pellicola dopo pellicola.

[Le Mani – € 16,00]

 

Lo stile cinematografico

Vincenzo Buccheri

Lo stile è un concetto passe-partout che interseca vari campi dell’attività umana: storia dell’arte, critica letteraria, sociologia, antropologia, persino sport e moda. Ma l’idea di stile è tutt’altro che univoca: se nell’antichità e nel Medioevo se ne parlava in termini di ornatus, è solo a partire dal Settecento che lo si concepisce come il segno di quella profonda consonanza fra lingua e pensiero che costituisce la firma di un autore. Con il trionfo del concetto novecentesco di "stile visuale", si fa strada invece l’idea di un orizzonte percettivo definito dai mass media, e in particolare dal cinema, sul quale si stagliano soluzioni autoriali capaci di esprimere molto più che la personalità di un regista. L’autore ricostruisce e reinterpreta il dibattito attraverso un doppio itinerario, teorico e analitico, che comprende un’originale proposta metodologica: l’ipotesi di una socio-stilistica del cinema, in cui le forme appaiono come sintomi rivelatori di tensioni culturali e insieme come profondi schemi conoscitivi.

[Carocci  pp. 188 – € 17,00]