Life, di Anton Corbijn

La precedente esperienza di fotografo di Anton Corbijn è l’indizio di una sua vocazione naturale per il biopic. Il suo destino era manifesto sin da quando il suo obiettivo era diventato uno dei più richiesti dalle band e dai cantanti che cercavano di farsi un’immagine.

Il regista si è confrontato con questa formula nel suo film d’esordio e Control del 2007 affrontava un personaggio che era stato tragico e sfuggente proprio come quello di James Dean.

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Il suo ritratto di Ian Curtis era il positivo finale di un filtro non molto differente da quello che un illustre collega come Dennis Stock aveva utilizzato per il suo portfolio dell’attore americano.
Life racconta la lunga gestazione di quelle istantanee che vennero pubblicate sull’omonima rivista ma le precedenti esperienze professionali del regista hanno reso inevitabile uno spostamento. La sua attenzione non si concentra soltanto sulla rievocazione dell’epoca e ha molto interesse a mostrare la sua vita privata sotto una luce inedita. Il film si indirizza sul lavoro di focalizzazione che il freelance aveva dovuto affinare per centrare l’essenza del suo soggetto.
Anton Corbijn vuole affrontare il metodo che porta ad un’istananea iconica come quella di James Dean nello scenario piovoso di Times Square. Il termine non è casuale perchè questo approccio richiede una pratica interpretativa che era molto cara al giovane divo: la sequenza che ricostruisce una lezione dell’Actors’ Studio non è un omaggio sporadico.

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La trama di Life diventa un caso da manuale che permette al regista una lezione sul fotografo che deve entrare nel personaggio. Il suo editore rifiuta i suoi primi tentativi perchè non hanno un’anima e lo invita ad un ulteriore lavoro di approfondimento: il consiglio sembra arrivare da Lee Strasberg invece che dal direttore dell’agenzia MAGNUM. Il protagonista deve perseguitare un modello che non soltanto è riottoso alle sue richieste ma soprattutto non ha mai un’apparenza sincera.
Life si misura con una versione di James Dean che non smette mai di recitare e di mistificare la sua vera natura nemmeno davanti ad un mogul come Jack Warner. L’attore dissimila i suoi stessi sentimenti ed è così ossessionato dal suo ego da sacrificare il suo amore per Pier Angeli soltanto perchè la notorietà da rotocalco della ragazza oscura la sua grandezza. La sua contraddizione deflagra quando ha la sua occasione di avere una premiere da ospite principale e la rifiuta per un senso di sfida infantile alle convenzioni hollywoodiane.

La personalità di Dennis Stock non è alternativa ma è speculare e offre una verifica empirica alla teoria di Anton Corbijn. Il reporter non si accontenta di immortalare la mondanità cinematografica e abbandona la sua famiglia e suo figlio per l’ambizione di pubblicare una foto su LIFE e diventare un artista a pieno titolo. Il suo sogno si realizza nel momento in cui James Dean lo invita ad accompagnarlo nel ranch dell’Indiana in cui è cresciuto. La sua personalità si sente al sicuro soltanto nella quiete domestica e forse le intenzioni iniziali della sceneggiatura di Luke Davies erano proprio quelle di raccontare il suo ultimo ritorno a casa prima della rapida notorietà e della morte prematura.
La conclusione scolastica viene evitata dalla necessità di Anton Corbijn di dimostrare gli ingredienti della fotografia perfetta e per far assecondare la sua prevedibile immedesimazione con Dennis Stock. Una buona fotografia nasce quando si stabilisce un punto di contatto tra la sua lente e la sua materia: ma un buon film? Gli attori in parte e il salto all’indietro di un’ambientazione accurata sono sufficienti?
La sua affinità elettiva con un comprimario del film cambia le consegne del film ma il copione non aveva programmato un punto di arrivo per il nuovo protagonista: l’esperienza non gli ha insegnato ad essere un bravo padre e non lo ha riscattato dall’essere un pessimo marito. Forse la sua ossessione è solo quella di trovare un’altra fotografia…

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