Lightyear – La vera storia di Buzz, di Angus MacLane

La Pixar esplora altre idee di cinema ma si fa spaventare dallo spazio inesplorato. Così il film non può che essere fuori fuoco, sballottato tra sequenze ispiratissime e momenti di sincero smarrimento

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Pare un vertiginoso esperimento transmediale, Lightyear. La vera storia di Buzz, quasi una dichiarazione esplicita di quanto, al pubblico di certo cinema popolare, oggi, si possa vendere di tutto, a patto che segua certe linee, che risponda a certi caratteri delle narrazioni espanse, anche un film che non dovrebbe esistere. Lightyear è infatti il film che Andy, il bambino protagonista del classico Toy Story ha visto alla fine degli anni ’90, la prima avventura di quel Buzz Lightyear che diverrà uno dei suoi giocattoli preferiti e che qui è un coraggioso Space Ranger che finisce alla deriva su un pianeta ai confini dello spazio e del tempo. Per tornare a casa, il protagonista dovrà quindi unirsi ad un gruppo di reclute del Comando Stellare e scontrarsi con un inatteso nemico.

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Ma in realtà, malgrado la frecciata più o meno consapevole a certe forme del cinema pop, ogni discorso del film si sviluppa tutto nel terreno di riflessione tradizionale del cinema Pixar. Perché, per una casa di produzione il cui immaginario si è fondato sul What If, sul “cosa potrebbe succedere se” (se i supereroi fossero tra noi o se i giocattoli avessero sentimenti, poco cambia in realtà), Lightyear è un progetto apertamente sui generis. Primo film Pixar in cui il genere è apparentemente in primo piano nonché uno dei rari prodotti della casa di produzione di Emeryville con personaggi quasi totalmente umani (benché modellati dalla solita CGI), Lightyear risponde forse al What If più radicale di tutti: cosa succederebbe se la Pixar lavorasse ad un progetto slegato, almeno in apparenza, dai soliti linguaggi?

La risposta è un film evidentemente affascinato tanto dal desiderio di rileggere in chiave personale il canone sci fi (da Alien, a Star Trek, passando per Halo e Gears Of War), quanto da un approccio al racconto mutuato dalla fantascienza muscolare anni ’80, velocissimo e innervato da continue invenzioni visive.

Ma forse corre troppo, Lightyear, a tal punto che, troppo preso dalla costante ricerca di dinamismo, a volte pare disinteressato a certe traiettorie fondamentali per lo sviluppo della storia e dei personaggi, quasi considerasse quei momenti un intralcio per gli exploit action.

Lightyear

O magari quella di Lightyear è una fuga a perdifiato, da un immaginario, da un’idea di sci-fi pura, di ampio respiro che, forse, non sa gestire fino in fondo. Mancano, ad esempio, al film di MacLane, il dramma e l’inquietudine della grande fantascienza popolare che il racconto lascia in secondo piano a vantaggio di un focus tutto rivolto all’epica dell’esplorazione spaziale e, almeno in apparenza, si tratta di una scelta lungimirante. Perché quando Lightyear trova la sua misura dà vita a momenti di grandissimo cinema, tra il volo di Buzz attorno al sole e certe vertigini debitrici di molta fantascienza contemporanea, dalla sparatoria nel deserto di MadMax: Fury Road al salto nel vuoto di The Martian. Si tratta, però, sempre più, di pezzi slegati da un corpus narrativo che in realtà fatica a trovare un passo uniforme, incapace di essere altrettanto coinvolgente nei momenti meno dinamici del racconto.

Il punto, forse, è che la poca confidenza della Pixar con una certa idea di fantascienza porta con sé soprattutto una pericolosa confusione nei confronti del target del film e, di conseguenza, del passo più conveniente da adottare durante la narrazione. Alle prese con un linguaggio, con un immaginario complesso da maneggiare e, forse, temendo un risultato finale poco coinvolgente per il pubblico, Lightyear perde lentamente lo sguardo transgenerazionale che caratterizza la produzione Pixar per privilegiare gli unici spettatori di cui ha davvero bisogno, quei bambini di cui cerca l’attenzione costante e a cui destina un film che, convenientemente e a qualsiasi costo, evita ogni concessione ai tempi morti.

A soffrire di più sono porobabilmente i sottotesti più interessanti del film che, a tratti pare una satira del machismo estremista americano oltreché di certi suoi momenti abissali (“così saremo di nuovo importanti come ranger”, dice Alisha a Buzz, quasi a voler rendere il Comando Stellare Great Again) ma che, lentamente, perdono potenza, diluiti in una morale forse più rassicurante ma posticcia.

Avrebbe il potenziale per essere tra i film Pixar definitivi, Lightyear, ma ha paura di fare il grande salto, di riscrivere l’essenza del meccanismo produttivo che lo governa. Così, proteso verso una metamorfosi impossibile, forse desideroso di mutare ma anche di rimanere sé stesso, il film non può che risultare costantemente fuori fuoco, puntellato da sequenze ispiratissime ma anche di momenti di straordinario smarrimento.

Forse, con non poca amarezza, non si può non riconoscere che il film che avrebbe dovuto liberare la Pixar rischia di aver fatto girare più di un meccanismo dell’azienda a vuoto.

 

Titolo Originale: Lightyear
Regia: Angus MacLane
Voci: Chris Evans, Keke Palmer, Peter Sohn, Taika Waititi, Dale Soules, Uzo Aduba
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Durata: 110′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
2.86 (7 voti)
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