L’immoralismo necessario del 1967

Mille-novecento-sessantasette, e sono passati esattamente cinquant’anni: in Grecia c’è il golpe dei colonnelli, i Pink Floyd pubblicano il loro album di debutto, muore Che Guevara, un anno dopo è il Sessantotto, due anni dopo l’allunaggio. Sono tempi di fermento. Di immoralismo necessario. E di grande cinema.


Immoralismo necessario e grande cinema sono concetti che aderiscono a Luis Buñuel, che nel 1967 torna nelle sale con Belle de jour: rifiutato a Cannes “per insufficienza artistica” e ritenuto scandaloso, allora, per il tema trattato, sbancherà invece a Venezia, dove vince il Leone d’oro. La storia, tratta da un romanzo prescindibile di Joseph Kessel, è arcinota: Catherine Deneuve interpreta una donna che, nel primo anno di matrimonio, non si concede mai al marito, e che, prostituendosi, risveglia la sua libidine sopita, frenata forse da un vecchio abuso adolescenziale. È un tema pruriginoso, che non è al passo coi tempi. O probabilmente sì, con Buñuel che piccona le robuste catene dei tabù: il regista messicano spalanca lo schermo sul corpo femminile e si spinge anche oltre,ironizzando su alcune perversioni (il dottore che si finge cameriere, per farsi frustrare da una nobildonna) e dileggiando la figura di donna borghese, in un continuo viavai tra realtà e sogno (son qui tutte le chicche della pellicola).

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1967 è sinonimo anche di grande musica: dopo due anni ci sarebbe stato Woodstock, ma al “Monterey Pop Festival”, nel giugno di quel ’67, partecipano icone intramontabili (molte delle quali sarebbero scomparse di lì a poco): le armonie di Simon and Garfunkel, un miracoloso Otis Redding, Jefferson Airplane, The Mamas & the Papas, Jimi Hendrix che incendia la chitarra, The Who che fanno di peggio, la storica performance di Janis Joplin e tanto altro. Fu un trionfo della cultura hippie, della performance artistica intesa come momento mistico, del suddetto immoralismo necessario. Un trionfo che Donn Alan Pennebaker immortala nel suo docufilm musicale, Monterey Pop appunto, regalando brividi a più riprese.
Il 1967 è altresì la culla de Il laureato di Mike Nichols, con un monumentale Dustin Hoffman che interpreta le incertezze, le noie e gli slanci di un giovane ex studente. Un film sontuoso, e per quei tempi fuori da molti schemi, intriso per tutto il suo corso di un umorismo brillante (la figura della donna borghese è ancora una volta punzecchiata). Un Macha_Merilfilm che gronda anch’esso di immoralismo necessario, al suo apogeo in quell’ultima indelebile scena in cui Hoffman fugge dalla chiesa con Katharine Ross vestita a nozze, inseguito dai parenti di lei, geniale e sacrilego nel brandire un crocifisso a mo’ di arma; e poi, ponendolo di traverso, usare quello stesso crocifisso per blindare le porte della cappella, chiudervi dentro gli inseguitori inferociti e avere il tempo per squagliarsela in autobus con l’amata (quanta poesia, in quelle sequenze).

Una ventata di freschezza e di coraggio, pertanto, ha riattraversato Bologna la scorsa settimana, con la riesumazione di Monterey Pop, Il laureato e Belle de jour, tre pellicole che il Cinema Ritrovato ha offerto al pubblico spesso entusiasta di queste opere frizzanti, introdotte dagli stessi protagonisti: Macha Méril in forma smagliante, che narra di Buñuel e del suo lavoro, manda a casa finanche la traduttrice rivolgendosi in italiano e in inglese al pubblico, nel quale compare un curioso Nanni Moretti (un altro che di immoralismo necessario un po’ se ne intende); o il claudicante Pennebaker, ormai quasi 92enne, che nelle parole espresse in Piazza Maggiore, prima del suo film, mostra di essere ancora giovane e pimpante nello spirito.
Forse perché ha vissuto in pieno quel prodigioso 1967. E perché nel cinema di quell’anno, nel grande cinema di quell’anno, ha sguazzato senza pudori.