Limonov – The Ballad, di Kirill Serebrennikov

L’intricata vita di Eduard Limonov, sulle tracce del libro di Carrère. Un film moderno, accattivante, funzionale, ma con poco furore. Un perfetto esempio di stile internazionale. CANNES77. Concorso

--------------------------------------------------------------
BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

--------------------------------------------------------------

I film di Serebrennikov guardano spesso al punto di rottura, alla germinazione e allo sviluppo di un seme di follia, raccontando storie e vite che finiscono per essere trascinate e travolte da passioni esplosive o da forze irrazionali. Più di una volta, così, le immagini rischiano di perdere il controllo, lasciandosi andare ad accensioni visive, a ondeggiamenti e allucinazioni, che mostrano una vitalità segreta, a tratti dirompente. Anche quando si avvertono tutte le forzature. Il risultato può convincere o meno. Fatto sta che da Summer in poi, il cinema di Serebrennikov sembra aver trovato un suo registro e una sua urgenza. Più di pancia che di testa, di sensazioni più che di discorsi. Cinema politico ma in maniera del tutto istintiva. Nella misura in cui si ostina a individuare le eccezioni alla logica di un sistema.

--------------------------------------------------------------
OFFERTA DI LUGLIO SULLO SHOP DI SENTIERI SELVAGGI!

--------------------------------------------------------------

Ecco, la vita di Ėduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov, contorta e controversa figura di poeta, scrittore, militante, leader politico, sicuramente offriva molti spunti per continuare nella direzione intrapresa negli ultimi film. Sulla traccia, chiaramente, della biografia romanzata di Emmanuel Carrère, che di fatti a un certo punto fa la sua apparizione per consacrare l’operazione. Ma si tratta di una vita a dir poco movimentata, ostinatamente e ostentatamente vissuta “contro”. Dai primi passi a Charkiv, città che soffoca le ambizioni del giovane poeta che si guadagna da vivere in fonderia, agli anni di Mosca, con la frequentazione dei circoli intellettuali e l’incontro fulminante con Elena, la donna di cui Limonov si innamora di una passione folle, vorace. A metà degli anni ’70 la coppia riesce a raggiungere New York, che sembra poter spalancare le porte della libertà e della felicità, ma che in realtà si rivela un mondo ben più duro e ostile di quanto immaginato. Qui è tutto un turbine di vicissitudini che portano Limonov prima sull’orlo della disperazione e poi a essere maggiordomo di un miliardario. Da lì a Parigi, la pubblicazione dei libri e i primi riconoscimenti letterari. Fino al ritorno a Mosca nel 1989. Dove, con il crollo del URSS, inizia tutta un’altra storia, con l’impegno nel Partito Nazional Bolscevico, coacervo di idee staliniane e di deviazioni naziste e nazionaliste.

----------------------------
UNICINEMA QUADRIENNALE:SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

La materia era complessa. E per forza di cose, la sceneggiatura di Serebrennikov, di Pawel Pawlikowski (che ha avuto rapporti con Limonov) e di Ben Hopkins opta per una selezione e una semplificazione. Ma la sensazione è che, alla fine dei giochi, si sia andati troppo oltre. Una riduzione che si concentra sulla dimensione umana e artistica del personaggio e relega in secondo piano le velleità da rivoluzionario e le intricate questioni della sua attività politica. Certo, Serebrennikov dà prova di una sicurezza registica invidiabile nel conmporre la sua ballata, tutta fondata su un ritmo incessante. Grazie soprattutto all’intuizione di raccordare i passaggi di tempo ai movimenti senza soluzione di continuità nello spazio. Ma è una fibrillazione pop, tutta di superficie. A differenza dei film precedenti e a dispetto delle premesse e delle intemperanze di Limonov, c’è qualcosa di troppo trattenuto e controllato. Quell’energia che altre volte sembrava emergere dal profondo, qui rimane in superficie. E neanche l’ottimo Ben Whishaw riesce a dare anima. Sarà anche che il film mette in gioco produzioni italiane (con Fremantle), francesi e spagna. Ma l’impressione è quella di un perfetto esempio di “stile internazionale”, da esportazione. Moderno, accattivante, funzionale. Con le canzoni di Lou Reed e la musica al momento giusto, le scritte sullo schermo, il lavoro sui formati e sulla grana delle immagini. Ma con poco furore.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
Sending
Il voto dei lettori
3 (1 voto)
----------------------------
SCUOLA DI CINEMA TRIENNALE: SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative