"Lincoln", di Steven Spielberg

lincoln steven spielbergQuando nel colpo di coda del film, Spielberg mostra il più celebre discorso di Lincoln, quello dell'inaugurazione del cimitero militare di Gettysburg del 1863, è come se, finalmente, tutto riacquistasse un senso. All'esatto opposto del Mishima di Wakamatsu, che parla al nulla, Lincoln è completamente circondato dalla folla degli ascoltatori, a poco a poco schiacciato sullo sfondo di una "massa" indistinta. In quel colore uniforme, Lincoln è solo un colpo di pennello, un tratto del Creatore, appena riconoscibile. Il sedicesimo presidente degli Stati Uniti, uno degli uomini più decisivi della Storia dell'Occidente, l'icona eterna di un popolo, è solo un volto nella folla. È un uomo, come gli altri, tra gli altri. Ma, soprattutto, è un'immagine confusa, in qualche modo negata. L'unica cosa che lo contraddistingue ancora è la voce. L'immagine è divenuta parola, verbo. Storia, appunto.

 

Per Spielberg e per lo sceneggiatore Tony Kushner, Lincoln è, prima di ogni altra cosa, un narratore. Un affabulatore, certo, capace di incantare e piegare l'uditorio ai suoi voleri, al punto da far scappare ministri e consiglieri. Ma soprattutto un cantore, il depositario delle memorie e dei racconti orali di un popolo intero, l'uomo che tramanda storie, prima ancor di esser personaggio storico. È una sorta di grande vecchio attorno al cui focolare si raduna ancora una nazione ferita e spaventata, per ritrovare l'illusione di una guida saggia che sappia condurla oltre il mare in tempesta (proprio quello che angoscia Lincoln nel sogno iniziale), un baleniere senza paura (siamo tutti balenieri). C'era una volta… mi ricordo. Lincoln dà alla sua visione la forma di un racconto e dona la prospettiva di un'altra avventura. Se l'Abramo biblico è l'uomo che rinnova il patto con Dio, Lincoln è l'uomo che rinnova il patto con il popolo, cioè con il pubblico, chiedendogli di aver fede in lui, nella sua narrazione. Ed è disposto, pur di adempiere al patto, a sacrificare i suoi figli.

 

 

lincolnSì, Lincoln è un politico realista fino alla spietatezza, fino alla disperazione, un idealista capace delle scelte più disincantate, di macchinazioni sorprendenti. Ma non è questo a renderlo un personaggio oscuro. Il lavoro di Spielberg di ridimensionamento della statura iconica dice che il vero lato oscuro di un'immagine pubblica è, letteralmente, la sua dimensione invisibile, oltre l'ufficialità della tradizione, il controcampo privato. Spielberg riprende Lincoln sempre a parte, al lato della storia, degli eventi. Ma anche a disagio negli affetti. Il rapporto con la moglie Mary Todd, straziata sino alla "follia" dalla morte del figlio William, e i conflitti con il primogenito Robert, deciso ad arruolarsi per dare il suo contributo alla causa della nazione, sono solo gli estremi punti di tensione nella vita di un personaggio costretto a conciliare i suoi due ruoli fondamentali: padre della patria e padre della famiglia. Chiuso nelle stanze oscure della Casa Bianca, ben lontano dai dibattiti accesi che scatenano putiferi nel Congresso, Lincoln, nonostante l'amore del popolo, sconta il peso della sua solitudine. Che diviene magnificamente insostenibile quando deve dettare al generale Ulysses Grant il messaggio con cui rifiuta di accogliere i commissari sudisti venuti a negoziare la pace. O nel momento in cui il suo domestico negro lo vede allontanarsi, andare incontro al suo destino. Ecco. Come il profeta nell'orto del Getsemani, Lincoln è già morto, una voce senza carne, il protagonista assente del film. Per questo non ha senso farci vedere la sua morte. E solo per questo l'interpretazione di Daniel Day-Lewis è straordinaria: rendendo trasparente se stesso, rende trasparente anche Lincoln. Un fantasma che si aggira nel buio della Storia.

 

lincolnÈ vero che le luci della Storia abitano fuoricampo di questo film, mente il campo è quello della menzogna necessaria, del tradimento per una causa superiore, dell'artificio. Come a dire che il cinema può dimorare solo in questa dimensione per non essere insostenibile, per non morire di eccessiva realtà (proviamo a immaginare quella brutale battaglia iniziale protratta per tutta la sua durata, per tutto il film, per uno, due, dieci film, per quattro anni di cinema). Ma è anche vero che, in un magnifico ribaltamento, proprio quel mondo oscuro, artificiale, si svela come la realtà, il pozzo segreto delle verità più profonde. Thaddeus Stevens ruba l'emendamento ufficiale, per portarlo a casa e farlo leggere alla sua domestica di colore, la sua compagna: è solo ora che appare finalmente la verità ulteriore, quella del cuore, quella che spiega gli anni di battaglie, le ostinazioni, le idee. Il volto di Stevens, finalmente senza parrucca, scioglie tutta la tensione, la rabbia repressa delle sconfitte, tutte le umiliazioni, si apre in un sorriso (e basta questa scena per fare di Tommy Lee Jones un attore ancor più decisivo del perfetto Daniel Day-Lewis, proprio perché capace di "sorprendere", di aprire squarci inaspettati di verità e di mondo). La felicità privata e quella pubblica coincidono. In una legge, in una lettura, in una parola. Freedom.

 

 

Spielberg prova ancora a raccontarci la storia segreta, quella che Redford ci nega, facendocela solo intuire, per uno slancio del cuore e dell'intelligenza nell'ultimo The Company You Keep. Ma è sempre quello che conta. Dire la verità. E non è un caso che, come in un reverse della storia e del cinema, Lincoln si fermi proprio lì dove inizia The Conspirator, con l'assassinio del Presidente. La parola, la voce di Lincoln si disperderà nelle babele delle lingue, il suo realismo magico diventerà cinismo e la vista oscurata di Mary Surratt non riuscirà più a distinguere la forma delle cose. Ucciso il tiranno, è il caos del Logos. Bene. Non importa cosa mostrare. Redford filma l'attentato, Spielberg no. Quello che conta è rifondare, anche nell'imperfezione dell'immagine, la verità della Storia, delle storie.

 

Titolo originale: Id.

Regia: Steven Spielberg

Interpreti: Daniel Day-Lewis, Tommy Lee Jones, Sally Field, Joseph Gordon Levitt, David Strathairn, James Spader, Jared Harris, Hal Holbrook

Distribuzione: 20th Century Fox

Durata: 150'

Origine: USA, 2012

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    avevo postato un commento, non so che fine abbia fatto. Suggerivo, per il rapporto con la storia, di leggere Storia del popolo americano di Zinn. Paragonavo l'uscita di E.T. dal film a quella di Lincoln. Suggerivo di rivedere Nascita di una nazione. Paragonavo la performance in questo film di Daniel Day Lewis con quella de Il Petroliere, sempre di America si parla….Quanto a The conspirator per quanto ingenuo, lo preferisco a Lincoln. Lascio a voi la poesia delle immagini, private di qualsiasi potenziale trasformativo rispetto ad un rapporto corretto con la storia.

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    Giusto una precisazione: quello del finale non è il discorso di Gettysburg (1863) ma il secondo discorso inaugurale (1865).

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    Mi è sembrata tutt'altro che ridimensionata la statura iconica di Lincoln in questo film, anzi mi è parso uno spottone pro-Obama mascherato da film storico. Una figura ieratica, quasi sacrale (la scena finale sul letto con le candele…). Mah, avrò visto un altro film…

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    Sì è vero, è il secondo discorso inaugurale. Quello di Gettysburg è citato all'inizio dai soldati. LI ho sovrapposti. Grazie.