L’incontro con Xander Robin a Bari a Registi fuori dagli sche(r)mi

Dopo la ricognizione sul cinema italiano, Registi Fuori dagli Sche(R)mi torna a dibattere di cinema internazionale, di un cinema di pura finzione e come da manifesto d’intenti, cinema inconsueto, ec–centrico.

Ospite d’eccezione della serata di Giovedì 17 Novembre, il regista americano Xander Robin e il suo esordio al lungometraggio, Are We Not Cats, già evento di chiusura della 31ma Settimana Internazionale della Critica durante l’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Il film è stato introdotto e discusso da Beatrice Fiorentino e Luigi Abiusi, selezionatori della sezione. Per loro dichiarazione, il film di Robin ha suggellato la voglia di novità, fermo restando l’alto livello di qualità: la voglia di aprirsi a film non programmaticamente di genere, ma come in questo caso, contaminati da atmosfere dark e suggestioni d’irrealtà.

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“Are We Not Cats è una storia d’amore molto particolare”, ha chiarito Beatrice Fiorentino, “un’opera impregnata di musica e colore, marcata da una notevole composizione dell’immagine, che rompe schemi e tabù, rischia tutto per affermare i sentimenti, e non può che distinguersi nella scena indie e low budget made in Usa”.

incontro-xander-robinUna trama essenziale, il colpo di fulmine tra due anime sole in due corpi allo sbando, in cui gioca il valore estremo di reciproco riconoscimento, l’impulso comune di mangiarsi i capelli.

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Robin insinua subito le condizioni im-monde e d’im-mondizia (si badi lo stesso etimo) in cui precipita il protagonista, netturbino simbioticamente al traino del camion dei rifiuti, il quale perso in un solo giorno casa, fidanzata e lavoro, si ritrova senza meta nella morsa di incontri apatici, luoghi psichedelici, lugubri e sudici, sostanze tossiche, più che per sballarsi, per trovare un semplice, rozzo riparo di fortuna.

Uomini e donne, come gatti randagi o che forse ne simulano soltanto il selvatico vagabondare, la pulsione incondizionata a strusciarsi e scambiarsi odori, a raccattare riposo e cibo, espellere boli del proprio pelo. Ma per l’appunto non lo sono e in questo loro “non essere” crolla l’attrazione, il desiderio, la dolcezza, sino ad allora contorta in quella perversa tricofagia, che solo un amore esclusivo può tollerare. Purificare. E dopo un truculento bagno di sangue, riprendere vita. Una vita grottesca, tra le tante vite possibili, come è dato per i gatti.

Quale, dunque, l’accoglienza nei festival di un film che sfida la repulsione, pur edulcorandola con maestria di colori e musica?Le reazioni sono state diverse a seconda dei paesi”, rivela l’autore, “È difficile cogliere in generale le reazioni del pubblico. In Germania hanno riso molto, in altri paesi, tipo il Messico, il pubblico era eccitato dalle scene più cruente. Il pubblico più vasto è stato proprio quello europeo, a Stoccolma, per esempio, abbiamo riscontrato un’accoglienza faticosa”.

In Are We Not Cats sembrano tornare echi della scena New Yorkese anni ’80 (Jarmusch, Cronenberg) ispirata dal senso di alienazione (ma anche Ferrara e Carax) dalle ossessioni e trasformazioni di un disagio interiore somatizzato.

E di in-attualità in attualità, il regista conclude il dibattito col pubblico in sala, su come la rinnovata scena politica americana potrebbe condizionare la produzione cinematografica indipendenteSerpeggia la sensazione che arriveranno film d’impostazione molto più politica del consueto nei prossimi anni. Si consideri che il cinema americano di base tende a dividersi tra opere d’evasione dal reale o al contrario di estrema interazione con la realtà, un cinema ad ogni modo in dialogo col contemporaneo. Io stesso sto lavorando ad uno sci-fi, una storia sull’impronta biologica, che sottende la componente politica”.