L’inganno perfetto, di Bill Condon

Una nuova trasferta britannica per Bill Condon che, dopo il live action disneyano di La bella e la bestia, torna nuovamente a dirigere Sir Ian McKellen nell’adattamento dell’omonimo romanzo dello scrittore inglese Nicholas Searle, quattro anni dopo Mr. Holmes, ennesima variazione sul tema del personaggio di Conan Doyle.

Questa volta, ad accompagnarli – e a raddoppiare l’aristocratico pedigree del cast – c’è la Dama dell’Impero Helen Mirren, in quello che si pone da subito come un serrato duello recitativo, che finisce per risultare ben più interessante del rapporto fra i rispettivi personaggi.

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Brian ed Estelle si conoscono su un sito di appuntamenti per persone mature, una sorta di Tinder della terza età. A cena insieme, complice il rispettivo fascino, si confidano le vere identità: Roy e Betty, vedovo con un figlio che vive lontano, in Australia, e una ex docente di Oxford con un nipote storico tanto protettivo quanto soffocante.

Ma se la loro relazione prende subito il largo altrettanto rapido procede il piano di Roy, incallito truffatore, tra le cui specialità vi è quella di raggirare ingenue e anziane vedove per farsi affidare i loro averi, alla stregua di quanto fa con gli incoscienti investitori della City. Ma chiaramente, questa volta, il colpo sarà meno semplice del previsto…

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Al cospetto dei suoi blasonati protagonisti, Condon dà l’impressione di mettersi completamente a servizio delle loro perfomance, preoccupandosi soltanto di far risaltare l’eleganza e la straordinaria bellezza di Helen Mirren e lo sguardo oscuro di McKellen, già magistralmente raccontato nel 1998 in Demoni e dei, piccolo miracolo di fine anni Novanta, biografia à la Viale del tramonto del regista James Whale (di cui, proprio negli stessi giorni qui al TFF, passano i capolavori realizzati per la Universal…).

Condon non è mai stato un director virtuoso, dall’impronta chiara e netta; si è sempre mosso con estrema duttilità fra generi diversi e produzioni piccole e grandi proprio in virtù della sua capacità di scomparire dietro il materiale, come un vecchio artigiano di Hollywood. Ma anche per questo il suo cinema è sempre a un passo dalla maniera, formalmente corretto ma privo di guizzi e paradossalmente più a suo agio nella grandeur del musical, dove trova il coraggio di venire sul proscenio, sotto ai riflettori.

Di fronte a questo giallo letterario, dagli sviluppi narrativi ormai piuttosto convenzionali, sembra invece che il film gli scivoli tra le dita, sempre impeccabile ma privo di forza. La sceneggiatura di Jeffrey Hatcher punta più sulla sorpresa che sulla suspense: seguiamo l’inganno di Roy senza avere la versione di Betty, privando così di mistero e fascino il personaggio di Mirren. Con una duplice focale il plot avrebbe avuto una struttura più hitchcockiana e allora sì che i chiaroscuri di Condon, la sua indubbia capacità di muoversi elegantemente negli interni che uniscono e dividono i personaggi, avrebbero avuto una resa più cinematografica.

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E se nell’anno del trentennale anniversario della caduta del Muro di Berlino risulta interessante questo ritorno da più parti – si veda il fantasioso Jo Jo Rabbit di Taika Waititi – alla centralità della Seconda Guerra Mondiale e al clima di delazione e tradimento della Germania nazista, il modo in cui questo si ricollega all’amore truffaldino di una matura coppia londinese appare piuttosto pretestuoso.

 

Titolo originale: The Good Liar
Regia: Bill Condon
Interpreti: Helen Mirren, Ian McKellen, Russell Tovey, Jim Carter, Mark Lewis Jones
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 110′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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