L’ingorgo – Una storia impossibile, di Luigi Comencini

È un Luigi Comencini apocalittico quello che, ispirandosi ad un racconto di Julio Cortázar, con L’ingorgo (1978), dirige una storia frammentata e corale, ricostruendo, nella Cinecittà della fine degli anni ’70, un raccordo autostradale con tanto di distributore e un cimitero per auto che accresce la metafora già esplicita che il film possiede.
Una lunga fila di automobili che d’improvviso e inspiegabilmente si fermano è lo scenario sul quale si raccontano i fatti. Nella lunghissima coda di vetture accadono una serie di storie brevi ed esemplari durante le oltre dodici ore di sosta forzata. Al mattino un elicottero annuncerà la fine L'ingorgo_3dell’ingorgo, invitando gli automobilisti a riaccendere i motori, ma mentre si fa di nuovo buio le auto continuano a restare ferme.
Un grande striscione campeggia sul bordo della strada occupata dalle automobili, un grande tricolore con sopra la scritta Forza Italia. Ma i partiti non c’entrano, ancora era troppo presto, ancora l’Italia avrebbe dovuto maturare la stagione del terrorismo e della corruzione e il film, con un atto di preveggenza, sembra anticipare i tempi.
Accade di tutto durante questa sosta che serve a dare un’istantanea cattiva e corrosiva del nostro Paese. Stupri, furti, pestaggi, tentativi di corruzione, ammiccamenti sessuali in cambio di favori, di scena è la povertà, la miseria umana e la religione che diventa L'ingorgo, Luigi Comencini,creduloneria. Un puzzle di storie compone la tessitura narrativa, dalla coppia sposata in crisi, al marito che sopporta il tradimento palese della moglie, quattro uomini qualunque che assistono allo stupro senza fiatare, negando ogni solidarietà; c’è la ragazza vittima della violenza che sogna la libertà vedendo nascere un nuovo amore con il suo vicino colpito anch’egli nel tentativo di difenderla, il padre che non sopporta la figlia incinta spingendola all’aborto, l’operaio disperato che quasi spinge la moglie tra le braccia dell’attore famoso per avere in cambio un posto a Cinecittà, i giovani violenti dallo sguardo distaccato e borioso che dietro l’apparente perbenismo nascondono la devianza e poi, l’avvocato affarista e il suo fedele servitore.
Comencini e i colleghi sceneggiatori Maccari e Zapponi, ogni tanto forzano la mano con l’iperbole narrativa, ogni tanto si prendono una pausa con qualche piccolo giochino appena surreale. Da tutto questo ne scaturisce un film anomalo nella filmografia del regista lombardo che non ha mai, nella sua lunga carriera, aspirato a raccontare l’apocalisse in arrivo, anzi, guardando spesso al mondoL'ingorgo_2 dell’infanzia con straordinaria sensibilità, soprattutto in alcune prove egregie, ha guardato al futuro, ricoprendo un ruolo che ad oggi è rimasto vuoto. La matrice spagnola del racconto e un cast internazionale, ma soprattutto lo sguardo cattivo su un mondo che sembra decomporsi come le vetture accatastate nel limitrofo sfasciacarrozze, rimanda a certe atmosfere del cinema di Marco Ferreri, geniale e acido narratore di una decadenza senza soluzione che si serviva della vena surreale per accentuare il suo sguardo impietoso e irriverente.
Il film di Comencini, nonostante una certa posizione di indisponibilità verso la comprensione dei fenomeni, guardando soprattutto ai suoi effetti finali, riesce a catturare l’attenzione e questo anche grazie ad un cast di rispetto che popola le meschine vicende della storia: Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Fernando Rey, Gerard Depardieu, Annie Girardot, Stefania Sandrelli, Ciccio Ingrassia, lo sfortunato Patrick Dewaere, Miou-Miou, una giovanissima ed esordiente Angela Molina, Gianni Cavina e Orazio Orlando. Il regista della seconda unità era Juan Luis Buñuel, figlio del più L'ingorgo_1famoso Luis,
Comencini, con questo film sembra allinearsi, sicuramente senza alcun desiderio di adesione ad una corrente, ad un cinema in voga all’epoca che, in fondo, sotto altre vesti, continua a vedersi sui nostri schermi. Film che riflettevano sulla condizione di un Paese in costante crisi di valori e politica che utilizzavano la satira per ridefinire i contorni di una crisi dei costumi irreversibile. Film come Il bel Paese (1977) di Luciano Salce, L’italia si è rotta (1976) di Steno, Vogliamo i Colonnelli (1973) di Mario Monicelli, ma ancora il cinema politico – surreale di Elio Petri e quello già citato di Ferreri, il lavoro quasi purtroppo dimenticato di Flavio Mogherini, le prime apparizioni di Fantozzi, del primo la regia era di Salce e di molti altri che hanno provato a rompere i muri dell’indifferenza e del malcostume. Comencini dice la sua e il Paese che immaginiamo dal suo film è un luogo di rovine, morali e materiali, un luogo in cui regna la paralisi con l’esplicita metafora dell’ingorgo che impedisce ogni movimento. Una critica amara di un’Italia in cui si vedono ancora i personaggi come l’avvocato interpretato da Alberto Sordi che nel trasformismo nostrano potrebbe L'ingorgoessere il Silvio Magnozzi di Dino Risi e tutta una generazione di giovani dediti al vizio e rappresentanti di un neofascismo dell’anima negli stessi anni in cui si consumava il massacro del Circeo. Un fatto di cronaca rimasto esemplare nel coniugare ideologia politica antidemocratica e crimine odioso contro la persona. I responsabili sono stati individuati come persone che si riconoscevano in quella specie di impunità superomistica di cui certe frange estremiste dell’epoca ritenevano di godere. L’episodio del film che vede protagonista la giovane Angela Molina e lascia impuniti i responsabili che continuano a godersi lo spettacolo del dolore della giovane vittima, ricorda quel clima, ricorda quei volti diventando il momento più drammatico, e paralizzante, nell’impotenza che trasmette, dell’intero film.

 
Regia: Luigi Comencini
Interpreti: Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Fernando Rey, Gerard Depardieu, Annie Girardot, Stefania Sandrelli, Ciccio Ingrassia, Patrick Dewaere, Miou-Miou, Angela Molina, Gianni Cavina, Orazio Orlando

Durata: 126’

Origine: Italia/Francia/Spagna/Germania, 1979
Genere: Commedia
 

Giovedì 6 aprile, ore 21, Sky Classics