L’isola dei cani, di Wes Anderson

C’è qualcosa che stride nel ricongiungimento del quadro operato da Wes Anderson, una sensazione che fino ad ora era rimasta sottotraccia, appena sotto la superficie dell’immagine anche stavolta subito riconoscibile, ma che in questo caso inaspettatamente crea una sorta di cortocircuito inedito, di disturbo consapevole e sorprendente. Quel cane sopravvissuto al proprio atto eroico, nel finale, e costretto a vivere con prole e compagna all’ombra del proprio monumento ufficiale come ibrido animale-robotico, è una rivelazione che lascia un’amarezza assoluta su tutta la visione, quasi alla stregua della chiusura, pure quella ben poco riconciliata, di Fantastic Mr Fox, opera che con Isle of Dogs spartisce proprio questa riflessione sulla crudeltà della filiera sul prodotto vivo, sulla risorsa animale.
E’ come se, alle prese con il canone dell’animazione, Anderson (e i suoi compari Roman Coppola e Jason Schwartzman, in fase di script qui coadiuvati da Kunichi Nomura) rivelasse in forma molto più esplicita una certa disperazione di fondo che sorregge i toni apparentemente leggeri del suo personalissimo apparato. Isle of Dogs è un film pieno di cani che si azzuffano violentemente, e nel farlo si staccano pezzi di pelle e intere orecchie (che poi sputano lontano), di istanti di improvviso accanimento chirurgico sui corpi interspecie (una lunga sequenza dettagliatissima di preparazione di sushi con pesce vivo squartato, simmetrica ad un’operazione di trapianto di rene tra umani ripresa per intero…). La violenza sembra governare l’isola-discarica (ancora una volta la discarica di rifiuti ritorna come immagine-chiave dell’immaginario contemporaneo) dove i cani sono confinati, come fossimo nella versione pixar di un film di Carpenter (basta guardare a tutto l’attraversamento su carrello sospeso da parco a tema che il gruppo di quadrupedi affronta mentre sorpassa la fabbrica-clinica della vivisezione…), i randagi come il protagonista Chief (o le volpi selvatiche…) sono avvantaggiati perchè conoscono la sopravvivenza meglio dei cani da appartamento in grado solo di lamentarsi, e i rumors dicono che da quella parte sverni un’intera tribù di cani cannibali…

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Anderson gioca con gli omaggi all’animazione giapponese sci-fi di dittature in agguato, studenti ribelli e Isle_of_Dogsanimali cyborg a fare la guardia al potere (sugli schermi le camere a circuito chiuso restituiscono solo versioni anime di quello che riprendono), e in qualche maniera sembra anche voler tentare un suo young adult abbozzato, in tutta la traiettoria sulla predestinazione del piccolo pilota Atari a diventare icona della rivoluzione, e la sua ossessione per sabotare il dispositivo della sorveglianza dall’alto, con le fiondate a colpire i droni.
Ma è come se sull’intera operazione fosse calata un’irrequietezza nuova, che non si dipana né con i momenti di abituale rilascio emozionale, stavolta piuttosto contenuti (come il primo, fuggevole abbraccio tra Chief e Atari, o l’innamoramento tra Chief e la cagnetta Nutmeg), né con gli sketch supportati dal solito cast di fiancheggiatori più new entries (Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Liev Schreiber, Greta Gerwig, Jeff Goldblum, Bob Balaban, Harvey Keitel, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Francesc McDormand, F. Murray Abraham, Ken Watanabe …e Yoko Ono!). E Desplat lo capisce molto bene, con la sua partitura meno leziosa e più spigolosa e interessante da parecchio tempo.
Allora, diventa fondamentale guardare all’importanza che Anderson ripone sulla questione del linguaggio, con il giapponese non tradotto né sottotitolato (e sarà così in tutte le versioni del film, in qualsiasi nazione), e il continuo soffermarsi sulle traduzioni simultanee, sul lavoro dei traduttori, sulla possibilità di trovare un espediente per comprendersi tra lingue diverse, come l’auricolare che Atari e il suo cane-bodyguard condividono e che sembra in grado di trasferire il segnale universale dei sentimenti, della mancanza e del legame tra due esseri come semplice tracciabilità della distanza di campo.

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Ecco, potrà negarlo quanto gli pare con il solito divertito understatement, ma Wes Anderson ha fatto ancora una volta un film d’animazione dannatamente politico, di un’urgenza davvero tutt’altro che accessoria.

Titolo originale: Isle of Dogs
Regia: Wes Anderson
Interpreti (voci originali): Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Liev Schreiber, Greta Gerwig, Jeff Goldblum, Bob Balaban, Harvey Keitel, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Francesc McDormand, F. Murray Abraham, Ken Watanabe, Yoko Ono
Distribuzione: Fox
Durata: 101′
Origine: USA, 2018