Living, di Oliver Hermanus

Non mantiene sempre il senso della misura e traballa soprattutto nel finale. Ma questo remake riesce comunque a trattare uno dei più grandi film di Kurosawa con il massimo rispetto. Fuori Concorso.

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C’è un primo piano di Mr. Williams mentre il medico gli sta dando il responso. Non si sentono le parole ma il suo volto imperturbabile diventa ancora più gelido. La faccia di Bill Nighy qui è l’esempio di una recitazione invisibilmente efficace. Una scena del genere, nella sua teatralità, ha un impatto cinematografico proprio nella sua mancanza di dialogo. Forse è qui che il cineasta sudafricano Oliver Hermanus, al quinto lungometraggio, lascia prevalere il climax sulla storia, come aveva già tentato di fare con esiti discutibili in The Endless River. In più, rispetto alle sue precedenti quattro opere, è il primo film che non scrive; la sceneggiatura è infatti firmata da Kazuo Ishiguro (l’autore del romanzo da cui Ivory ha tratto Quel che resta del giorno e Nobel per la letteratura nel 2017) e cerca di essere aderente il più possibile a Vivere (1952) di Akira Kurosawa, di cui Living è il remake.

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La vicenda si svolge a Londra e ha come protagonista Mr. Williams, un uomo apparentemente, consumato dalla routine della vita d’ufficio, scopre di essere malato di cancro e che gli resta poco da vivere. Non riesce a comunicare la notizia al figlio e alla nuora. Da questo momento il suo atteggiamento cambia e cerca di essere felice nel tempo che resta. Non mette più da parte le pratiche e fa di tutto per far ottenere i permesso per la costruzione di un parco giochi per bambini e inoltre lascia trasparire quell’umanità spesso trattenuta nei confroni della signorina Harris, una dipendente del suo ufficio che poi andrà a lavorare in una sala da thé come cameriera.

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Dall’ambientazione giapponese di uno dei più grandi film di Kurosawa a Londra. Hermanus cerca di mantenere il ritmo del tempo dell’originale, la ripetizione de gesti, le attese (l’arivo del treno, una reazione, una frase che non si riesce a dire a tavola). Forse è proprio questa aderenza che dimostra che Living ha trattato Vivere con il massimo rispetto. E questo è già un punto a favore. Il film di Hermanus però non riesce a mantenersi costantemente sottotraccia. Lo si vede nella scena in cui Bill Nighy ubriaco canta una vecchia ballata scozzese, The Rowan Tree e in tutta la parte finale dove quel senso della misura traballa come, per esempio, nel momento in cui si sofferma sull’altalena che dondola. Però si mantiene comunque dignitosamente a galla: le cose non dette e quello che ognuno di noi lascia nella vita degli altri anche dopo che è morto riescono a lasciare i segni del loro passaggio.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)
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