Liz e l’uccellino azzurro, di Naoko Yamada

Un film delicato, intimo, che vive esclusivamente di (micro)azioni racchiuse nelle tracce di un sentimento sempre latente e lacerante. L’ultima travolgente danza della Kyoto Animation pre-attentato

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Il cinema di Naoko Yamada sembra sempre viaggiare su una soglia liminale, a metà strada tra l’enfatizzazione del sentimento e la sua definitiva soppressione. I suoi personaggi vivono costantemente in uno stato marginale, lungo il confine di un’emotività abbozzata, ma intensa, eternamente (pro)tesa verso un esplosione che forse non arriverà mai. Un andamento tipico di un certo cinema giovanile nipponico (di derivazione shōjo, manga per ragazze) che parte dalle strutture di K-ON! – The Movie (2011) e La forma della voce (2016) per arrivare a trovare nelle immagini di Liz e l’uccellino azzurro la sua più alta ed estatica sintesi formale.

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Basato sulla serie di romanzi Sound! Ephonium e sul suo adattamento televisivo firmato Kyoto Animation (di cui Yamada è tra i principali registi) Liz e l’uccellino azzurro si cala sin da subito nelle vesti di un singolare spin-off, al punto da (ri)mettere in scena gli ambienti e l’iconografia dell’opera di partenza attraverso la storia inedita di due personaggi originariamente secondari. Mizore e Nozomi sono adesso le (nuove) protagoniste di un racconto a sé stante, che dialoga con le figurazioni della serie, e insieme con i codici più profondi del cinema di Naoko Yamada. Nei comportamenti, come nelle abilità musicali, sono una il riflesso speculare dell’altra. Suonano entrambe nel club dell’orchestra della loro scuola (la prima l’oboe, la seconda il flauto) e si stanno preparando ad un duetto che metterà a dura prova la relazione d’amicizia (o, forse, di altra natura) che le lega. E in un contesto di evidente ambiguità relazionale, la regista re-interpreta i loro sentimenti all’insegna dell’inversione drammatica dei ruoli. Sotto cioè il segno di una tensione omoerotica sopita, ma non del tutto celata, che progressivamente porterà le due protagoniste sullo struggente sentiero dell’autodeterminazione.

Alla base della narrazione c’è, allora, un rapporto emotivo profondamente asimmetrico. Come la protagonista del pezzo musicale ottocentesco suonato dall’orchestra (intitolato, appunto, Liz e l’uccellino azzurro) anche Mizore vive in funzione della sua amica/musa, attorno a cui fa ruotare tutto il suo universo identitario/emozionale. Per non perderla è disposta ad (auto)annullarsi, privandosi di un istinto alla soggettività sia in relazione a Nozomi, sia nei confronti della sua stessa persona. Tutto in direzione di una (iniziale) impossibilità comunicativa raccontata qui secondo i termini di un linguaggio minimalistico, che associa la fragilità emotiva dei personaggi ad una delicata grammatica della sottrazione. Al punto che il film vive esclusivamente dei suoi momenti più intimi e toccanti, in (micro)azioni instantanee che racchiudono in sé le tracce laceranti di un sentimento sempre latente. E il suo senso si può trovare solamente qui: in mani che si sfiorano e abbracci mancati. Sguardi che si incontrano e sorrisi spezzati. La prossemica diventa segnaletica di quel che si cerca di dissimulare, ma che non si può realmente nascondere. Con gli arti inferiori che assumono una centralità figurale quasi ossessiva indicando così, senza parole né azioni, la grammatica fisica di sentimenti brutalmente inespressi. In vista cioè di un orizzonte espressivo mai verbalizzato, che fa dei movimenti corporei il catalizzatore dell’evoluzione graduale dei legami emotivi. E se inizialmente era Mizore a tenere “in gabbia” Nozomi, adesso è proprio lei a dover librare le ali. In un’inversione progressiva dei ruoli a cui Yamada arriva attraverso una placidità ritmica estasiante, che trasforma i sentimenti (e le identità) degli astanti nello spazio di una travolgente intimità.

Liz e l’uccellino azzurro (uscito in Giappone nel 2018) è così sintesi e punto culminante di un’intera poetica, di cui molti da Voglio mangiare il tuo pancreas a La fortuna di Nikuko hanno cercato di emulare le armonie geometriche. E sia per motivi formali che extra-filmici, si pone come manifesto di una parabola cinematografica, e insieme di un’era ormai andata, seppellita sotto le macerie di quel terribile attacco incendiario alla sede della Kyoto Animation nel luglio 2019, in cui persero la vita 36 animatori. Un colpo troppo duro per Yamada, che emigra a quel punto verso la Science Saru di Yuasa, lasciando così Liz e l’uccellino azzurro al ruolo di cartina programmatica del suo percorso, di baluardo ultimo di un’epoca passata, che nella sua immagine finale arriva a trascendere, con il suo tocco gentile, le ceneri della tragedia.

Titolo originale: Rizu to Aoi Tori
Regia: Naoko Yamada
Voci: Atsumi Tanezaki, Nao Tōyama, Miyu Honda, Konomi Fujimura, Yuri Yamaoka, Shiori Sugiura, Chika Anzai, Tomoyo Kurosawa, Ayaka Asai
Distribuzione: Koch Media
Durata: 90′
Origine: Giappone, 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
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