Lo scuru, di Giuseppe William Lombardo
L’esordio horror del regista palermitano costruisce una solida dimensione gotico mediterranea. A tratti un po’ teatrale, ma coerente e suggestivo. Dall’Efebo d’oro 2025
Le colpe dei padri ricadono sui figli, e le colpe di una terra ricadono su un popolo. Se questa terra è la Sicilia, tutto assume una connotazione ben precisa, inevitabile, quasi naturale. E se quelle colpe si trasformano in disturbo mentale, e poi — per coerenza narrativa — in maledizione, in sortilegio, allora l’opera prima di Giuseppe William Lombardo trova subito un territorio fertile in cui crescere. Lo scuru, tratto dall’omonimo romanzo di Orazio Labbate, racconta di schizofrenia, quella di Raz, protagonista intrappolato in un luogo indefinito del “continente”, lontano dal Sud natìo, e turbato da visioni che sfumano continuamente il confine tra percezione e realtà. Per liberarsi dal suo male, Raz decide di tornare a casa, in una Sicilia fatta di maharìe e preghiere, di majare-guaritrici e preti, dove religione e superstizione convivono e si specchiano l’una nell’altra. Lombardo sceglie un bianco e nero che non cerca di sorprendere, che aderisce a un’estetica siciliana stratificata nell’immaginario – dalle fotografie di Ferdinando Scianna fino ai film di Ciprì e Maresco – ma utilizza il codice del folk horror e del southern gothic, incorniciando Butera, paese d’origine del protagonista, in un gotico mediterraneo, un paesaggio rurale e insieme industriale, un entroterra arido, di campagna e di provincia, segnato da presenze metalliche come i pozzi di estrazione.
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Lo scuru, l’oscurità, è la presenza che attraversa tutti i personaggi, insinuandosi come un’eredità inevitabile. Dalla nonna — figura ancestrale da cui inizialmente si fa risalire l’origine del male che tormenta Raz, interpretato da Fabrizio Falco — al padre, con il volto di un Fabrizio Ferracane volutamente ambiguo. E poi la madre, preda di una follia demoniaca, una sempre ottima Simona Malato che non rimanda tanto a un immaginario friedkiniano, quanto a una fisicità tra Emma Dante e Il demonio di Brunello Rondi. La Sicilia messa in scena da Lombardo è abitata anche da nuovi siciliani, immigrati che portano con sé colpe, traumi e rituali provenienti dalla loro terra, come nell’horror His house. Non è tanto la mafia il problema che aleggia sul film, ma il caporalato, come se le campagne dell’isola fossero diventate le nuove piantagioni di cotone. Una sorta di blackness siciliana che si collega direttamente nel filone del southern gothic evocato in precedenza. Se da un lato assistiamo alle superstizioni arcaiche della tradizione locale, dall’altro emergono quelle importate, e le due dimensioni finiscono per confondersi in un unico spazio magico. E paradossalmente, sembra che a poter salvare Raz sia proprio questa nuova generazione di siciliani. In particolare Rosa, interpretata da Daniela Scattolin, che accompagna il protagonista, diventando quasi la chiave per una possibile fuoriuscita dall’oscurità.
L’esordio di Lombardo possiede tutti gli elementi per costruire un horror solido, soprattutto per la capacità di dar forma a una propria dimensione fatta di riti, simboli e misteri. Talvolta scivola in una teatralità troppo esplicita e in alcune interpretazioni giovanili un po’ compassate, ma il risultato finale è coerente, suggestivo. Ci si augura che il giovane regista palermitano continui a scavare e ampliare questo suo gotico mediterraneo, spingendolo verso altri territori.



















