Lo sguardo di Emma, di Marie-Elsa Sgualdo
Ottimo esordio per la regista svizzera, che si incolla al volto potente di Lila Gueneau e non si nasconde dalle scene più disturbanti, trovando anche alcune immagini di purissimo cinema
Un piccolo villaggio, una giovane donna, la Seconda Guerra Mondiale sullo sfondo. No, non è Vermiglio, anche se Lo sguardo di Emma, esordio alla regia di Marie-Elsa Sgualdo, sembra il suo film gemello e speculare. Il titolo originale, in francese, è À bras-le-corps, che ha due significati: uno letterale, con cui si intende il gesto di prendere qualcuno “per la vita”, come per levarlo in aria durante una coreografia di danza, e uno figurato, nel senso di “prendere di petto” una situazione, un problema. Qui emergono entrambi, per la risolutezza dimostrata dalla protagonista e perché la cineasta la “afferra” a piene mani, la accompagna e la eleva al di sopra di tutti gli altri personaggi.
Non che Sgualdo la inquadri come una santa, né come una martire che si immola per una causa. Ma non è nemmeno una vittima, Emma (Lila Gueneau), per la grande tenacia con cui reagisce alle continue vessazioni, alle occhiate giudicanti, ai pettegolezzi riguardo eventi dei quali si vede addossare la responsabilità, quando invece non ne aveva alcun controllo. Come tante donne prima e dopo di lei, deve stringere i denti e andare avanti, senza nemmeno avere il lusso di poter elaborare il trauma subito, cosa che invece avveniva nello splendido Sorry, Baby di Eva Victor.
Lo sguardo di Emma inizia come molti film ambientati in zone rurali: con il mondo esterno che penetra nella barriera di isolamento e autoconservazione accuratamente costruita dai suoi abitanti e, in modo più o meno plateale, stravolge lo status quo della loro semplice e monotona vita quotidiana. Succedeva in As Bestas, in Dogville e tanti altri. Succede anche in Vermiglio, dove la protagonista si innamorava di un soldato disertore, per poi rimanere sola (e incinta) dopo la morte di quest’ultimo. Anche qui la gravidanza è presente, ma senza l’aspetto romantico: c’è invece uno stupro, perpetrato da un giornalista nei confronti di Emma, che ad appena diciassette anni si ritrova costretta nel ruolo – imposto dalle regole della vergogna e del “peccato” cristiano – di moglie e madre, e a dover rinunciare al suo sogno di diventare infermiera.
Dove però il film di Maura Delpero era più corale, Sgualdo si incolla al volto potente ed espressivo di Lila Gueneau, bravissima a modificare gradualmente il proprio sguardo da giovane innocente a donna decisa e indurita dagli eventi. Già loro due da sole bastano a rendere Lo sguardo di Emma una solida opera prima, che non si nasconde dalle scene più disturbanti senza scadere nel voyeurismo della violenza. Ma la regista va anche oltre e trova alcune (poche, ma ci sono) immagini di purissimo cinema: uno sorriso accennato di complicità tra due donne, un momento di ballo popolare, uno sguardo in macchina liberatorio, quasi di sfida. À bras-le-corps.
Titolo originale: À bras-le-corps
Diretto da: Marie-Elsa Sgualdo
Interpreti: Lila Gueneau, Grégoire Colin, Thomas Doret, Aurélia Petit, Sandrine Blancke, Sasha Gravat, Cyril Metzger
Distribuzione: Trent Film
Durata: 96′
Origine: Svizzera, Francia, Belgio, 2025




















