LOCARNO 55 – Si chiude un Festival tra inutili polemiche: vince "Das Verlangen" di Iain Dilthey

 

Le polemiche, a Locarno come a Venezia (Cannes sembra più brava a evitarle, forse per il maggior numero di bei film ammessi in concorso), sono ormai il sottofondo abituale che accompagna la chiusura del festival e l'assegnazione dei premi. Tanto abituali che il contrario – se mai si presentasse – rappresenterebbe una piacevole sorpresa. Ma anche quest'anno, poiché non si capisce mai bene di chi sia la colpa (delle polemiche), nessuno è riuscito a manovrare il gioco e a far dialogare in pace le parti in causa (autori giurati, giornalisti, pubblico) e, insomma, a sorprendere un po' tutti sottraendo la serata di domenica 11 al solito copione.


A scandalizzare, sono stati soprattutto il Pardo d'oro a Das Verlangen di Iain Dilthey (Germania, ma il regista è di origine scozzese) e il premio per la miglior attrice a Taraneh Allidousti, protagonista di Man, Taraneh, Panzdah Sal Daram di Rassul Sadr-Ameli (Iran), per non parlare di quello per il miglior attore maschile, andato (all'unanimità) al piccolo Giorgos Karayannis del greco-tedesco Disoli Apocheretismi: O Babas Mou di Penny Panayotopolou.


C'è chi ha parlato di attento calcolo geopolitico, con il primo premio a parziale risarcimento di quella parte di Svizzera che denuncia da tempo una scarsa considerazione all'interno del più importante evento culturale del Paese. Chi, invece, ha accusato la giuria, composta da Cedomir Kolar (Presidente – Serbia/Francia), Bruno Ganz (Svizzera), Aamir Khan (India), Emanuel Levy (Usa), Jafar Panahi (Iran), Nelofer Pazira (Afganistan/Canada) e Béla Tarr (Ungheria), di cercare a ogni costo l'effetto, premiando un bambino al posto di un vero attore e un film, quello tedesco, destinato a un pubblico di settore.


Il problema è che gli stessi critici, in queste letture più o meno autorizzate, si sforzano normalmente di cogliere un disegno coerente là dove, forse, non riposa altro che l'imprevedibilità della reazione estetica. Sta di fatto che davvero Das Verlangen è fra i migliori film visti all'interno di un concorso deludente, questo sì troppo pensato e bilanciato fra regionalismi e stilismi, con film francamente inguardabili (La cage, fra i 24 solo perché prodotto da Paulo Branco, cui è andato il neonato Premio Raimondo Rezzonico) e Oltre il confine, un pasticcio da televisione svizzera (quella di Aldo, Giovanni e Giacomo). Per non parlare di Okay del danese Jesper W. Nielsen, poco più che carino, buono forse per una seconda proiezione in Piazza Grande, e del premiato Szép Napok dell'ungherese Kornél Mundruezo, fintamente arrabbiato, fintamente disperato, in breve solo irritante. Dietro e/o accanto al film di Iain Dilthey sarebbe stato bello vedere l'emozionante René di Alain Cavlier, il barocco Revengers Tragedy di Alex Cox, l'incantevole Al primo soffio di vento di Franco Piavoli. E altri premi sarebbero potuti andare al James Spader del divertente Secretary, o al Joel Lefrançois di René.


Con Das Verlangen la giuria ha scelto di premiare un film astratto, duro, immobile, fatto di lunghi piani sequenza montati su una struttura lucidamente binaria, memore del Dreyer di Ordet ma anche del melò Kammerspiel di Fassbinder, retto da due attori straordinari e capace di dilatare il tempo e il senso, senza mai annoiare o, come La cage e Sophiiiie! di Michael Hofmann, apparire un esercizio di rigore linguistico privo di passione.

 

Giustamente attribuito anche il secondo premio (e la menzione speciale all'intero cast), andato al divertentissimo Tan de Repente dell'argentino (classe 1976) Diego Lerman, una commedia on the road (ma solo per metà), girata in bianco e nero in una Buenos Aires che, una volta tanto, non uccide, soffoca o immobilizza ma, al contrario, fa ritrovare la dolcezza e l'amore, al di là delle barriere del sesso e dell'età. Il film è l'ennesimo bel risultato di una cinematografia ormai tornata prepotentemente all'attenzione del pubblico internazionale, grazie a una nuova generazione di trentenni ben rappresentata anche l'anno scorso a Venezia con Sabado di Juan Villegas (1971), Los Porfidados di Mariano Torres Manzur (1975), Vagon Fumador di Veronica Che (1969), cui vanno aggiunti anche il ventisettenne Federico Leon di Todos Juntos e il trentenne Enrique Balande di Ciudad de Maria passati a Locarno nella sezione Cineasti del presente.


Se questi premi ci raccontano qualcosa di più generale su questo Festival (secondo una regola non scritta ma ormai abituale per cui i primi sarebbero il ritratto in sintesi del secondo), lo fanno nella misura in cui attribuiscono i massimi riconoscimenti a due film lontanissimi per ispirazione, linguaggio, sensibilità, destinati a due pubblici antipodici. Tale accoppiamento in graduatoria sembra svelare l'anima un po' confusa e indecisa della gestione Bignardi, che da un lato vorrebbe non sottrarre completamente al Festival la sua connotazione fortemente autoriale e più o meno consapevolmente anti-mainstream (quella, in breve, disegnata negli anni da Marco Muller) ma, dall'altro, ambirebbe a impreziosire la passerella del Festival (guardando a Cannes e a Venezia) di star e, al loro seguito, produttori, soldi, stampa e pubblico. Il concorso, ma anche le altre sezioni, hanno confermato lo scontro fra queste due possibili vie di fuga, nessuna delle quali appare ancora intrapresa con decisione, con il risultato di strapazzare il pubblico e la stampa con visioni perennemente "medie".


Tanto che i veri capolavori del Festival si sono visti soltanto negli omaggi e nelle retrospettive. In questo senso, Locarno ha fatto davvero un bel lavoro, portando una intelligente selezione di pellicole dirette da Allan Dwan e uno sguardo a fondo sulla cinematografia indiana (Indian Summer). Qua e là, poi, preziosi regali come le copie restaurate di Jules e Jim, di L'uomo con la macchina da presa, di Sinfonia berlinese e de Gli ombrelli di Cherbourg. Regali preziosi soprattutto per quei festivalieri che, già al terzo giorno, sballottati tristemente fra Concorso e Cineasti del presente (dove il grado di abbandono della sala si è mantenuto alto fino alla fine), troppo stanchi per salire fino al Sony Muralto (dove gli entusiasmi per il modesto Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi la dicono lunga sul precoce abbassamento della soglia di accettabilità), cercavano di riscoprire il perché del loro amore per il cinema.