LOCARNO 63 – “Womb” di Benedek Fliegauf (Concorso)

eva green womb locarno 63Le prime prove di Benedek Fliegauf (Forest, Dealer, Milky Way) avevano rivelato uno “stilista” di altissimo livello, così attento al valore figurativo delle inquadrature da far inghiottire in esso praticamente tutto il film. Ora le ambizioni si alzano, e con esso il budget. Si sfiorano le paludi perigliose della coproduzione internazionale (si gira in inglese sulle coste tedesche del baltico, e c’è Eva Green), ma non ci si cade dentro.
Per la verità, si sfiorano senza caderci dentro anche i massimi sistemi. La clonazione, nello specifico. In una fredda e imprecisata località marina, gli inseparabili Thomas e Rebecca (nove anni) si separano: lei deve seguire la madre in Giappone. Svariati anni dopo torna, ma lui muore immediatamente dopo. Rebecca decide di farsi inseminare un suo clone. Lo vedrà crescere per anni, solo per lasciarselo scappare una seconda volta – non prima però di essersi fatta da lui inseminare, questa volta “per davvero”.
Pochi temi sarebbero più abissali, oggi, della clonazione. A Fliegauf, tuttavia, non gliene potrebbe importare di meno. Lui tiene solo un elemento, centrale: la clonazione non è che la nostalgia del biologico, e quindi è tutto tranne che “il gradino più in là” – è invece ancora ben al di qua. Qualcosa di anche troppo umano, in tutti i sensi.
Per il resto, Fliegauf riserva tutte le sue cure a scenografia e fotografia. Ai colori soprattutto, alle sue campiture fredde, perfettamente equilibrate, uniformi, senza sfumature. Ma l’algida perfezione di ogni quadro del film non è banale decorazione. Ed è qui il valore di Fliegauf: anziché bearsi delle sue tavolozze perfettamente distribuite cromaticamente, lui le utilizza, letteralmente, come supporto del tempo. I suoi preziosismi grafici non stanno lì per farsi contemplare nell’inerzia, ma sono tutti immancabilmente presi in una mobile, lenta ma incessante, “microcoreografia” che si dipana istante dopo istante. La storia è solo un pretesto per la magnificenza visuale delle inquadrature, ma è questa stessa magnificenza ad essere solo un pretesto per vedervi strisciare al suo interno lo scorrere del tempo, nella forma di una meticolosa organizzazione del movimento che si propaga tra gli elementi (perfettamente fotografati) del set. Una vera e propria ossessione per la gradualità, che informa ogni singolo momento della messa in scena.
Quindi siamo sempre daccapo. L’artificio (pittorico) è solo la nostalgia dello scorrere “naturale” del tempo, così come la clonazione non è che la nostalgia del biologico. L’armonia visiva costantemente cercata da Fliegauf cerca il dipinto, ma trova la danza. È un limite, certo, ma in qualche misura è anche il fascino di questo “Benjamin Button dei poveri”; David Fincher, del resto, è da sempre affetto da una grafomania visuale non così dissimile da quella di Fliegauf. Un limite/pregio forse esemplificato al meglio dalla scena, lunga e straziante, della sepoltura del dinosauro giocattolo, che eppur si muove, e non finisce di farlo.