LOCARNO 66 – Werner Herzog, Phrazes for the youngs

herzog locarnoIl pomeriggio di Ferragosto tutto il pubblico locarnese si ritrova in fila davanti a "La Sala". Chiunque, accreditati culturali e stampa, pubblico pagante: tutti sono lì per Werner Herzog, l'ultimo grande ospite di una 66a edizione che si avvicina alla fine. A moderare l'incontro è Grazia Paganelli, che su Herzog è in Italia la voce più autorevole.

Ma presto la masterclass diventa un serrato botta e risposta con gli spettatori, che interrogano questo singolare personaggio sul suo cinema, che pare incarnare alla perfezione lo spirito di frontiera ricercato dal festival. Documentario e fiction, pellicola e digitale, produzioni americane e avventure al limite della realtà: non si sa cosa possa attrarre il suo sguardo.

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Ciò che colpisce è la passione immutata per una professione che è una ragione di vita. Ma nonostante i suoi film sembrino sempre raccontare l'essenza ontologica delle cose, Herzog preferisce soffermarsi sull'aspetto pragmatico del fare cinema. E alla domanda sul significato del Bene e del Male nella sua opera si nega: "Questo sconfina nella filosofia e non sono pronto a confessarmi davanti a un prete. Di cosa penso nel mio intimo non voglio parlare in pubblico".

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Storia e personaggio

 

fitzcarraldoNella costruzione di un film parto da un'immagine centrale. Vedo la storia come davanti a uno schermo. Il casting viene dopo. Solo poche volte ho scelto prima il personaggio della storia, come nel caso de L'ignoto spazio profondo in cui sono partito dal personaggio dell'alieno per cui ho selezionato Brad Dourif.

 

Sul set di Fitzcarraldo Jason Robards si ammalò e i medici newyorkesi gli impedirono di ritornare. Non credevo che Kinski sarebbe stato adatto alla parte. Lui era una specie di cavallo di razza che poteva fermarsi dopo il primo miglio. Se mi avesse detto di no sarei stato disposto a interpretarlo io e credo anche che sarebbe venuto piuttosto bene.

Come attore mi capita spesso di interpretare ruoli in cui devo fare paura. Nel caso di Jack Reacher volevano qualcuno che incutesse timore ancor prima di parlare. Essere spaventoso sullo schermo mi viene piuttosto bene, davanti all'obiettivo mi trasformo perché amo il cinema, mi piace qualunque aspetto lo riguardi: scrivere, girare, montare.

 

Ispirazione e nuovi supporti

 

grizzly manSo che ci sono miliardi di persone che possono fare nuovi filmati con i mezzi ora a disposizione. Bisogna però trovare nuove vie di distribuzione e avere il coraggio di sperimentare nuove strade.

 

Nel mio caso, l'ultimo progetto in cui mi sono impegnato è un documentario sui terribili incidenti provocati da persone che scrivono sms alla guida. From one second to next, sponsorizzato dalla compagnia telefonica americana AT&T. L'hanno già visto  oltre un milione di persone. 

C'è una trasformazione in atto nella società, che non si può ignorare: nei ristoranti le famiglie non si parlano, tutti scrivono separatamente al telefono, lo stesso nei cortili delle scuole fra gli studenti. Un fenomeno di proporzioni così smisurate merita di essere raccontato.

Non scelgo i soggetti, e idee mi vengono nei momenti più inaspettati. Le cose si presentano incontrollabili, scelgo quelli che si presentano in maniera più travolgente. 

Ricordo che inciampai letteralmente in Grizzly Man, il giorno in cui andai a parlare con un produttore per tutte altre faccende. Prima di congedarmi mi misi a cercare le chiavi della macchina e lui credette che fossi rimasto colpito da un testo sulla sua scrivania. Mi diede questo articolo da leggere sulla morte di Timothy Treadwell e una volta tornato a casa mi misi a leggere. Tornai immediatamente da lui e gli chiesi se ci fosse già un regista per il film. Lui mi rispose "credo che lo girerò io". "Credo??? Siamo pazzi??" gli dissi in un inglese che, per l'emozione, aveva un accento tedesco fortissimo "Dirigerò io questo film".

Non importa il tipo di supporto, siate fedeli alla vostra visione. Che filmiate su 35 mm o col cellulare è la stessa cosa. L'evoluzione degli strumenti è stata vigorosa e libera dal denaro che è vigliacco e stupido. Oggi con 10.000€ si può fare un cortometraggio. Perciò non voglio sentire più lamentele, scuse: adesso vediamo cosa sa fare la vostra generazione.

 

Il set e il tempo

 

herzog

La cosa più importante per un regista è  avere sempre il controllo del set. Il centro di tutto è il punto dove sta la telecamera. Sui miei set pretendo che la gente che deve telefonare vada almeno a 100 metri dalla macchina da presa. Non voglio essere invaso da walkie talkie, cellulari e quant'altro. Sui set americani è tutto un parlare continuo.

Anche vedere le riprese sul monitor per me è dannoso. Tutti vedono quello che è stato girato, è una sensazione di falsa sicurezza. Io voglio essere l'ultimo ad allontanarsi dall'attore, voglio essere il tramite tra gli interpreti e la troupe.

Quando giravamo Il cattivo tenente mi chiedevano di fare delle inquadrature di coverage, dall'alto, dal basso, da tutte le parti. Io dicevo l'unica copertura che ho è quella assicurativa della mia macchina. Io so cosa devo girare e non vado oltre le tre del pomeriggio, non faccio mai straordinari. Un giorno Nicholas Cage prese la parola e disse agli altri "Finalmente qualcuno che sa cosa sta facendo". E se ne andò a casa. 

Quanto tempo dedicare al filmare? Non lo so, ci vuole il tempo che ci vuole. Il digitale mi ha reso più veloce di prima. Ora riesco a montare in cinque o dieci giorni un intero film, perché i nuovi programmi mi permettono di montare alla velocità in cui penso. 

 

Etica

 

La scelta di non far sentire l'audio registrato dalla telecamera di Timothy in Grizzly Man e di mostrare solo le reazioni del mio volto mentre ascolto l'attacco degli orsi che lo sbranano dà l'idea di ciò che è lecito mostrare e cosa no. Volevano che inserissi il brano audio ma quella è la privacy e l'intimità della morte.  

 

A un incontro parlavano del cinema verità, dicendo che bisogna essere come mosche sui muri e io sono saltato su gridando, NO! Bisogna essere vespe, pungere come calabroni! Non siete la telecamera di sicurezza di una banca che registra una parete vuota finché qualcuno un giorno non fa una rapina che magari va anche male. Ragionare così è da sfigati!

Bisogna conoscere il cuore degli uomini, avere la saggezza di un serpente nel far parlare le persone e fargli quella domanda, l'unica che possa far crollare il muro di certezze e lasciar emergere la fragilità.

Mi è accaduto con Messner in The Dark Glow of the Mountains, quando nel chiedergli come avesse detto alla madre della morte del fratello usai un tono solenne, biblico, che lo fece piangere. E in Into the Abyss con il cappellano del carcere. L'avevo portato nel cimitero dove venivano seppelliti i detenuti per cui la famiglia non aveva richiesto sepoltura. Lui parlava come un predicatore televisivo, della natura, della bellezza divina, degli scoiattoli. Gli chiesi "Mi racconti l'incontro con uno scoiattolo" e lui crollò, si aprì e arrivai a ottenere questo momento 

Non so come ebbi quell'intuizione, è una cosa che nessuna scuola di cinema potrà mai insegnare. 

 

Uncutted

 

my son my sonNon dovete mai smettere di riprendere, dovete avere la massima fiducia nel cameraman. Perché ci sono cose che vanno colte solo sul momento, non si possono organizzare prima. Di colpo un silenzio può diventare potente.

 

Una volta mentre un poliziotto raccontava del ritrovamento di una ragazzina seviziata, una cosa orribile che aveva sconvolto lui e altri agenti, abituati a vedere cadaveri di ogni tipo, fece una lunga pausa per riprendersi dall'emozione. Io continuai a filmare e lasciai questi 25 secondi di silenzio che sullo schermo sembrano lunghissimi. La produzione voleva che tagliassi ma gli risposi "Se taglio questo silenzio avrò vissuto invano.

 

In My son, My SonWhat Have Ye Done c'è una scena di totale immobilità. Viene dopo che Michael Shannon si è chiuso in casa con gli ostaggi, i pink flamingos, e parte un flashback sulle note della canzone di Caetano Veloso. Una scena che non c'entra nulla col film ma io ero ossessionato dall'immagine di un cavallo piccolissimo e di un gallo enorme, il più alto al mondo. Volevo metterli insieme in una scena ma il proprietario del cavallo non mi diede il permesso perché diceva che sarebbe stato ridicolizzato. 

Rimase la foto del cavallo, mostrata dal personaggio. Parte la canzone di Veloso e finché non finisce tutto resta immobile, è una visione molto forte anche se non rientra nella trama del film. Quando avete una storia che vi ossessiona dovete insistere per realizzarla, non cedere alle pressioni esterne. Dà al film una forza interna maggiore.

 

Un film ha una storia parallela che si svolge tra il pubblico. Nella commedia rosa, ad esempio, come quelle di Cukor che state vedendo in questi giorni, lo spettatore anticipa con i suoi desideri di vedere insieme la coppia quello che si svolgerà nella trama. Se non tenete conto di questa storia parallela, se non sapete interpretarla, non potrete mai fare un bel film.