#Locarno 69 – Il rigore e la ricerca prevalgono sulla spettacolarità

Un’edizione inferiore a quella del 2015 ma comunque ricca e rigorosa dove la sperimentazione e la ricerca hanno prevalso sulla spettacolarità. Sempre esemplari gli incontri con gli ospiti

11 giorni di proiezioni (12 considerando la preapertura), approfonditi incontri e la ricca retrospettiva sul cinema tedesco del dopoguerra curata da Olaf Möller e Roberto Turigliatto al centro anche della tavola rotonda Beloved and Rejected. Sono questi alcuni degli ingredienti della 69° edizione del Festival di Locarno, la quarta sotto la direzione artistica di Carlo Chatrian caratterizzata dalla ricerca e del rigore nelle scelte. Un evento pienamente radicato, che meriterebbe maggiore spazio, con Piazza Grande quasi sempre stracolma per le proiezioni serali.

--------------------------------------------------------------------
SCOPRI I NUOVI CORSI ONLINE DI CINEMA DI SENTIERI SELVAGGI


--------------------------------------------------------------------

Dal 3 al 13 agosti ci sono stati incontri che, come da tradizione, si sono quasi sempre trasformati in qualcosa di più, tra lezioni di cinema, masterclass ma anche vite vissute a contatto con il cinema. Come se i due elementi fossero imprenscindibili. È certamente questo il piatto forte di Locarno e, con la retrospettiva, dovrebbe essere di esempio agli altri festival.

Nel corso di questi giorni sono passati, tra gli altri, Roger Corman, Harvey Keitel, Stefania Sandrelli, Jane Birkin, Gaspar Noé, Bill Pullman, David Linde, Mario Adorf, Ken Loach, Howard Shore, Alejandro Jodorowsky. Tutte di alto livello. E tra queste resta proprio quella di Corman, lucidissimo a 90 anni nei racconti, negli aneddoti, nella precisione dei dettagli, capace di far riemergere l’atmosfera e lo spirito degli anni della AIP e della New World Pictures e di tutta la New Hollywood che è nata in quegli anni che è stata esemplarmente moderata da Giona A. Nazzaro. E in più, fuori concorso, l’autentico ‘colpo di fulmine’ di quest’anno, Festa di Franco Piavoli, un sensoriale viaggio dove il tempo, per citare Olmi, si è (magicamente) fermato.

carlo chatrianIl Concorso, rigoroso e coerente, forse avrebbe avuto bisogno di qualche scossa. Alla nostra redazione hanno colpito l’intensità umana di Mister Universo di Tizza Covi e Rainer Frimmel, l’imponenza da melodramma popolare di Brooks, Meadows and Lovely Face di Yousri Nasrallah, la fusione e immaginario queer di O ornitólogo di João Pedro Rodrigues che disorienta ma resta comunque seducente, la densità esistenziale di Scarred Hearts del rumeno Radu Jude. Positivo anche l’esordio nel lungometraggio del francese Julien Samani con Jeunesse mentre tra le più forti delusioni c’è stato il cerebrale By the Time It Gets Dark della cineasta tailandese Anocha Suwichakornpong. E lo stesso film che ha into il Pardo d’oro, Godless della cineasta bulgara Ralitza Petrova è apparso freddo, immobile e caratterizzato da uno sguardo impermeabile. A Piazza Grande, oltre il fulminante Jason Bourne di Paul Greengrass, hanno lasciato importanti tracce anche il solido The Tunnel del cineasta coreano Kim Seong-hun e il folle film belga con anima indie statunitense Vincent di Christophe Van Rompaey.

--------------------------------------------------------------------
BANDO PER 5 POSTI PER CORSO CRITICA DIGITALE

--------------------------------------------------------------------

piazza grande locarnoDopo l’edizione 2015, che è stata di gran lunga la migliore degli ultimi anni forse non era facile ripetersi su quei livelli. La linea tracciata è quella che unisce sperimentazione, scoperta e spettacolarità. Se i primi due elementi sono stati pienamente rispettati, forse il terzo è stato quello ad essere meno presente. Ciò che è mancato, malgrado Jason Bourne, è la presenza del cinema statunitense (l’anno scorso c’erano, per esempio, Jonathan Demme, Antoine Fuqua e Judd Apatow), non solo mainstream ma anche quello più indipendente che comunque da Locarno nel corso degli anni ci è passato. E potrebbe essere maggiormente presente il cinema d’animazione, quello italiano – troppi titoli a Venezia e pochi a locarno, perchè? – anche in concorso, troppo caratterizzato da ‘cineasti’ da festival (che ci devono essere, sia chiaro) dove alcuni dei loro film potrebbero trovare difficoltà ad essere visti in sala. La linea che va alla ricerca di nuovi autori e che arricchisce la conoscenza di diverse cinematografie è fondamentale per ogni competizione. Ma da sola ci sembra che non possa bastare

Sono gli unici rilievi da fare a un festival comunque di enorme coerenza, con una direzione e uno staff ‘malati di cinema’ anche in un’edizione minore rispetto quella precedente, si è mantenuta su un livello egregio. Tutto il contrario di quello che è accaduto all’ultima Berlinale.

------------------------------------------------------------------------
IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7