Locarno 78 – Incontro con Lucy Liu
L’attrice parla del suo nuovo film, ma ricorda anche gli esordi e la fortuna di aver lavorato con molti maestri, da Tarantino a Soderbergh
Dopo il premio alla carriera ricevuto in piazza a Locarno, Lucy Liu nell’incontro pubblico racconta qualcosa di sé, parte dal suo ultimo progetto Rosemead, per poi tornare alle tappe che più importanti della sua carriera, da Kill Bill ad Elementary. Nel film di Eric Lin Rosemead interpreta una madre che combatte la malattia, sua e del figlio. Ed esplora le criticità nella condizione di salute mentale nella comunità cinese.
“Quando ho letto della storia mi sono commossa. Dentro c’è l’amore ma anche molto dolore. Mi è sembrata una vicenda giusta da condividere, tocca temi importanti come la vergogna. Parlare del proprio stato mentale è necessario, con un amico a volte è più facile che non in famiglia. Mi piace di Rosemead lo spazio riservato alle sfumature nel mio personaggio, come sia modellato per dare un’immagine più forte delle realtà. Per essere autentica ho provato a capire le sue vere intenzioni. Lei viveva circondata da paura ed ignoranza. Anche lavorare con Lawrence Shou (che interpreta il figlio) al suo primo ruolo importante, mi ha dato sicurezza. Questo film non è soltanto didattico, ma vuole ricordare che siamo umani”.
Parla poi del suo passato, a partire dalla scoperta di un talento scout in metropolitana a New York, ed alla prima clip pubblicitaria della sua vita. L’attrice racconta di come l’inizio della sua carriera sia in parte dovuto al bisogno di scappare; lei è nata in una famiglia di immigrati con poche risorse che nella televisione vedeva un mezzo di affermazione.
“La mia famiglia non era favorevole; vedeva la carriera artistica come un mezzo non troppo sicuro per lavorare. Al provino del mio primo film, ero agitata ma è stata una bellissima esperienza. Ho imparato come fare un film ad Hong Kong dove non registravano il sonoro ed era tutto doppiato. Mi capitava un provino ogni tanto, ogni tre quattro mesi, ed ero già molto felice. Davo il mio biglietto agli agenti, non conoscevo molte alternative. Poi ho scoperto che persone non asiatiche avevano dieci provini al giorno e li ho sentito il peso della diversità. Non ho davvero capito il razzismo fino a quando non sono entrata nell’industria cinematografica. Ora il mondo è cambiato, ci sono tanti canali, tanti attori ed attrici. C’è molto spazio per gli emergenti che permettono di formarsi, adesso si può fare un film con l’iPhone. Adesso se non vedo qualcosa di speciale non lo faccio. La carriera si costruisce da solo, senza un piano preciso. Basta continuare ad amare quello che si fa”.
Corso di Sceneggiatura in presenza a Roma dal 16 marzo

------------------------------------------------
Dopo le esperienze degli inizi il discorso si sposta su un altra fase della sua carriera con Charlie’s Angels, che considera un periodo pazzesco. Al cinema non erano ancora stati rappresentati così i rapporti di sorellanza, era insolito, ed era difficile trovare la soluzione giusta per la società. Si è accorta che a guardare bene non c’erano donne protagonista senza uomini accanto. Altro particolare interessante era che non si dovessero usare armi, ma soltanto le arti marziali. Poi inevitabilmente si arriva a Kill Bill ed al primo incontro avuto con Tarantino.
“Lui mi ha chiamato, senza provino, al telefono. Quentin ha una straordinaria energia nel comunicare, ti coinvolge. Mi ha detto che mi aveva visto in Shangai Noon (Pallottole cinesi) dove interpreto la principessa Pei Pei, e che al personaggio che voleva offrirmi era qualcosa a cui teneva molto. Ha aggiunto anche che stava lavorando ad una bozza e me l’avrebbe mandata il prima possibile. Eravamo al ristorantr seduti vicini, e lui improvvisamente si è alzato ed ha cominciato a recitare la mia parte, e tutti lì lo conoscevano e lo guardavano alle prese con questi gesti esagerati. La gente smetteva di mangiare. È stato formidabile”.
Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo

-----------------------------------------------------------------
Racconta inoltre dei film che il regista le ha consigliato. All’epoca non c’era lo streaming, e come abbia dovuto cercare dell videocassette. Definisce Tarantino come un’artista meraviglioso con un’enorme cultura cinematografica. Leggere la sceneggiatura è stato come leggere un romanzo; era molto fisica, con la parte dei dialoghi molto importante. Per la scena del duello si è preparata in un campo di addestramento, a Los Angeles dove faceva allenamento con il maestro di spada e prendeva lezioni di giapponese. Quel mix linguistico è stato importante. Di O-Ren Ishiisi si conosce il passato a differenza di altri personaggi di Kill Bill. Tarantino ha dato al personaggio la possibilità di connettere il pubblico, che poteva immedesimarsi.
Lucy Liu può contare la collaborazione con molto maestri come Jackie Chan, anche lui premiato a Locarno, che ha un esercito di controfigure e da cui per sua stessa ammissione ha imparato molto. Senza troppo dilungarsi passa di nuovo al presente con un altro progetto insieme a Steven Soderbergh con il quale ha realizzato Presence.
“Lavorare con lui è già di per sé una forma d’arte, è molto chiaro ed oggettivo, ti permette di essere quello che sei. Abbiamo girato con una sola macchina particolare, senza ripetere i ciak. Dovevi farti andare bene la prima. È stato innanzitutto uno sforzo collaborativo, eravamo tutti là sul set e ci ha detto: “o funziona o non esiste”. Lui si assume dei rischi e fa bene. Se non cadi e ti rialzi non vai avanti. Non gli importa necessariamente il budget, e noi attori siamo uno dei suoi strumenti. È stata un’esperienza che si avvicina idealmente al teatro. Un lavoro di grande unità e collaborazione. Anche la casa faceva parte del film, era un altro protagonista”.
Il dialogo si sposta su un tema più generale, a parlare di arte come espressione creativa. Lei ha provato in diverse forme, dalla fotografia alla scultura. Basta fare le cose con il cuore: che abbia successo o meno non importa, se lo vedano in tanti o pochi non importa. Aggiunge che non si smette mai di crescere e che non avrebbe ottenuto tanto se fosse stata chiusa in una stanza, e di non avere rimpianti. Ogni lavoro è come creare una famiglia. L’ultima parte dell’incontro è dedicata ai progetti futuri.
“Non lo so. Il timore dei miei genitori era come avrei fatto a fare dei soldi. Ora la mia priorità è la famiglia che mi rende una persona ed un’artista migliore. Sto anche preparando una mostra in Australia. Il mio talento è stato la capacità di assumermi dei rischi. Poi sono anche molto interessata alla realtà che ci circonda. Il mondo è in lotta. Ci vuole comunità, ci vogliono dialogo e discussione. Se siamo troppo rigidi e ci affidiamo alla tecnologia rischiamo l’isolamento. In ascensore nessuno si guarda negli occhi, in metro tutti hanno la testa rivolta allo smartphone. Io mi guardo attorno, è una cosa che mi importa. L’arte è un’attivazione che cambia, respira e rappresenta tutti noi. Non so cosa vuole il pubblico ma so quello che voglio io”.

























