#Locarno68 – “Quanto è malleabile il cinema”. Incontro con Edward Norton

Il divo americano si racconta al pubblico di Locarno: dal debutto con Allen e Forman al lavoro accanto ai maestri, in una visione profondamente autoriale e responsabile del ruolo dell’interprete

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Ha un che di sciamanico l’incontro con Edward Norton. Sarà per il caldo e il sole cocente surreali per la cittadina svizzera, che ci ha abituato a un Festival tra nuvole e brevi temporali; sarà perché la presenza dell’attore di American History X, Fight Club, La 25a ora, rinverdita dalla straordinaria prova di Birdman, alza nettamente il tasso divistico di una manifestazione frequentata solitamente da grandi autori ma certo più di nicchia.

Impazzisce dunque il pubblico locarnese, sia quello di Piazza Grande, che ieri sera ha tributato a Norton il Premio Möet & Chandon, sia quello di “addetti ai lavori”, che assiste solitamente alle Conversazioni degli Ospiti.

Solo posti in piedi: c’è una vera folla ad aspettare l’attore, introdotto da una veloce comparsata del direttore Carlo Chatrian, che gli lascia presto spazio. Da oratore, Norton rivela una personalità niente affatto distante da quella che trapela dalle sue interpretazioni sul grande schermo. Serio, metodico, preparato, quasi come un ricercatore prestato al mondo del cinema. Capace di trasformarsi in qualunque personaggio, ma sempre dietro un estremo controllo della performance, un training fisico e mentale che non tralascia alcun dettaglio.

edward norton locarnoMa come si è avvicinato al cinema, cosa lo ha spinto a diventare un divo di Hollywood? “Ci sono state varie fasi della mia vita che mi hanno in qualche modo portato a scegliere il cinema. Da bambino, ricordo che ad attrarmi era la meraviglia, la magia che scaturiva tanto dai film della Disney, come Escape to Witch Mountain, quanto dalla fantascienza di Star Wars, di cui ricordo nitidiamente la visione di queste astronavi che scendono dall’alto, mentre ero al cinema con mio fratello.

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Crescendo, mia madre, che era un’insegnante di letteratura, mi ha mostrato film diversi, come Manhattan o Io e Annie, che – oltre a costituire il mio primo incontro con uno dei miei autori preferiti, con cui poi avrei lavorato – mi hanno mostrato come sia possibile raccontare una stroria in un’infinità di modi, di approcci. Ma forse il film che più di ogni altro mi ha mosso verso il cinema è stato Fa’ la cosa giusta di Spike Lee. Per me, adolescente in quegli stessi anni, è stato come una bomba. Adoravo il modo in cui riusciva ad essere provocatorio, a sollevare tante domande senza pretendere di fornire le risposte. Ricordo che sono uscito dal cinema, ho comprato un altro biglietto e l’ho rivisto di nuovo “

flyntoffscreen1La formazione, invece, non passa solo per il cinema. Se molti attori della sua generazione sognano da subito lo schermo, per Norton è diverso. Oltre a essersi laureato in Storia e culture orientali, passando anche diversi anni in Giappone, l’incontro con la recitazione è parte di un’esplorazione molto più ampia di esperienze creative, tra cui soprattutto la scrittura: “Ho cominciato in teatro e scrivevo anche drammi o soggetti per serie tv. Avevo degli amici a New York con cui condividevo questo bisogno pressante di creare qualcosa e quindi ogni forma espressiva, ogni linguaggio ci andava bene”.

fight_club_norton_pitt_fincherGli inizi della carriera sono così convulsi che neanche li ricorda bene. Per tutti esplode con Schegge di Paura, in cui, giovanissimo, tiene testa a Richard Gere. “Ma prima di quel film avevo già girato Larry Flynt con Miloš Forman e Tutti dicono I love you con Woody Allen. Era un periodo emozionante e intenso. Ricordo che quando eravamo sul set di Woody a Parigi, dopo il lavoro uscivamo con Lucas Haas e gli altri membri più giovani del cast. Eravamo dei ragazzini e nessuno ci riconosceva, era bellissimo girare per Parigi così.”

Per Norton l’entrata nel mondo del cinema è quindi di quelle dalla porta principale. Da zero a cento, subito a contatto con i maestri che lo segnano, formano il suo sguardo, mettendolo a parte del processo creativo. Ma anche lui si conquista la loro stima arrivando preparato sul loro cinema, con un atteggiamento creativo, sempre a metà fra attore e autore: “Per me è stato tremendamente affascinante poter osservare il loro metodo lavorativo. Miloš è stato un vero mentore, ho assistito al montaggio, mentre lui mi spiegava il perché delle scelte. Ricordo di aver pensato a quanto è malleabile il cinema. Rispetto alla scena teatrale, dove dai tutto in quell’occasione, le riprese sono solo la materia prima su cui poi lavorerà il regista. Non devi essere perfetto, ma solo produrre molto materiale da fornirgli. Ed è estremamente liberatorio.

In American History X abbiamo lavorato per cinque o sei mesi allo script prima delle riprese, arrivando a dare al testo la sua forma definitiva, classica, quasi shakespeariana. Era un momento particolare, in cui si percepiva una rabbia giovanile sul punto di esplodere, che cercava solo un movente, un pretesto per farlo. Per certi versi mi sembra un contesto simile a quello che sta accadendo oggi in Europa, c’è una tensione analoga. Non credevo di essere giusto per la parte e, riflettendoci, la lezione più grande che mi ha lasciato il film è stata sul senso di inadeguatezza. Mi sono reso conto che lo stato di incertezza in cui un ruolo mi mette genera in me una maggiore concentrazione e una resa finale migliore. E più divento sicuro di me come attore più cerco parti che mi facciano sentire inizialmente inadeguato”.

25a oraDa interprete-autore, Norton sul set studia. Non solo per diventare a sua volta regista (l’esordio lo ha fatto – incredibilmente, vista la sua filmografia così ‘dark’ – con una commedia sentimentale, Keeping the Faith, dove si dirigeva insieme a Ben Stiller e Jenna Elfman in un triangolo fra un prete e un rabbino innamorati di una ex compagna di giochi) ma per trovare nella recitazione quell’impulso creativo che è il continuo stimolo per affrontare ogni parte: “Come per il tifoso che va per un’intera vita alle partite sperando che accada la magia, lo stesso accade all’attore prima di andare su un nuovo set”.

Nella scelta dei ruoli Norton sembra non avere avuto dubbi sul match da guardare. Ha sempre preferito il cinema d’autore, con rare incursioni nel blockbuster (“Hulk mi ha divertito, mi affascinava la mitologia del personaggio e ammiro molto il lavoro con gli effetti digitali. Ma recitare in un franchising non è per me prioritario”) ed è fra i pochi attori a non aver ceduto al fascino delle serie televisive: “Credo che ci siano prodotti geniali. Sono amico di Cary Fukunaga, che ha fatto un lavoro splendido con True Detective, ma credo che inesorabilmente, con la durata prolungata della serialità, il personaggio perda forza”.

Quindi le cinéma règne, direbbe qualcuno. Ma cosa hanno lasciato – e continuano a lasciare in Norton questi maestri? “Dai registi migliori ho imparato che nulla si improvvisa. I grandi autori provano, ti spiegano, hanno un confronto costante con te. Ma dal punto di vista dell’interprete è impensabile arrivare sul set di un autore senza conoscere il suo cinema, il suo stile. Quando abbiamo girato con Spike La 25a ora, le riprese sono durate solo 28 giorni. Sarebbe stato impossibile riuscirci se ognuno di noi, me o Rosario o Phil, non avesse già avuto familiarità col suo linguaggio.

È compito dell’attore, di un attore responsabile, calibrare la propria recitazione con lo stile del regista. Io ero fan di molti degli autori con cui ho lavorato già prima di conoscerli: di Fincher ho ammirato il modo in cui ha trasformato il qualcosa di molto più scuro l’ironia del romanzo di Chuck, che per me era quasi comico. Mentre giravamo sentivo che era un film che i nostri amici avrebbero amato e i nostri genitori odiato. Interpretava esattamente la difficile esperienza emotiva del passaggio all’età adulta. Recitare con Wes significa diventare una marionetta nelle sue mani: lui gira prima una versione animata del film, in cui fa le voci di tutti i personaggi. Quindi a te non resta che attenerti a quel disegno. Ma anche per lui, come per Fincher, è sempre una questione di emozioni: bisogna cogliere gli improvvisi cambiamenti di tono sotto la superficie ironica che dà alle cose. 

 

 

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