#Locarno69 – “Per fare un film devi mentire”. Incontro con Gaspar Noé

Uno scambio ad alto contenuto lisergico, quello tenutosi tra Gaspar Noè e Torsten Schmidt, Tra Irreversible, Enter the Void, gli stupefacenti e Dario Argento

Uno scambio ad alto contenuto lisergico, quello tenutosi  tra Gaspar Noè e Torsten Schmidt, co-fondatore della Red Bull Music Academy. Sotto le tende bianche dello Spazio Forum, il regista argentino – classe 1963, naturalizzato francese – non ha lesinato improbabili consigli di strada: come quando ha messo il pubblico in guardia contro gli intrugli sciamanici e gli sciamani stessi, suggerendo piuttosto la psicotropia fai-da-té da funghi e acidi.

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Del resto, Noé non ha dubbi. Le cose belle della vita, dichiara fin da subito, sono la droga e il cinema. Pensata come un dialogo sul ruolo e la rappresentazione degli stupefacenti sul grande schermo, la conversazione si è sviluppata a salti sparsi: spesso perdendo il filo, più spesso ancora senza alcun filo.

L’esordio è lampante. “Quando avevo vent’anni mi è capitato di prendere questi funghi, e ricordo, mentre ero in trip, di aver pensato, bisognerebbe scrivere qualcosa su quello che vale la pena fare nella vita, tipo calarsi, baciarsi.. a quel punto sono andato a casa, e ricordo che alla televisione passavano Lady in the Lake, e lì mi son detto, vorrei fare un film girato tutto dal punto di vista di un detective sotto acido”.

Il punto, prosegue poi sulla stessa scia, è che un’intera generazione è cresciuta con rappresentazioni dell’esperienza lisergica che non hanno nulla a che fare con l’esperienza in sè. L’amore e le droghe (ripete) sono il meglio che la vita abbia da offrire, specie quando si mescolano insieme, ma sono pochi e isolati i film che hanno saputo avvicinarsi all’articolo vero e proprio. Qui Noé cita Kubrick, 2001: Odissea nello spazio, titolo di formazione, che ritorna spesso nelle sue dichiarazioni e interviste.

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enter the void gaspar noéA questo punto della conversazione cominciano a emergere fili diversi. Da un lato c’è l’idea che la realtà sia sempre e comunque ricreazione, contaminazione, immaginazione di esperienze già perdute: come memorie d’infanzia riscritte a vent’anni, o come – appunto – allucinazioni ricostruite a distanza. La memoria, quella concreta, di fatti vissuti, è già perduta. Fantasia e realtà sono fatte della stessa pasta: e il regista – spiega Noé – è un po’ come lo sciamano, uno che orchestra un sogno perché vi partecipino altri. Enter The Void nasce, per esempio, dalla volontà di rappresentare l’esperienza lisergica, e ora – racconta orgoglioso Noé – i venditori di funghi psicotropi di Amsterdam lo consigliano ai clienti per farsi un’idea, prima dell’acquisto.

Dall’altro lato di tutto questo, però, si sente un’eco di cinismo: nichilismo, perfino. C’è dell’ironia, anche, ma solo a tratti, e non basta a stemperare del tutto. Se infatti il cinema è espressione condivisa di un’esperienza privata, è anche vero che in quell’esperienza, in quel che Noé trova di buono nella vita – la droga, il sesso, l’amore – aleggia sempre il fantasma della violenza. Nell’incontro con l’altro è insita la possibilità della violenza, dello sfruttamento. Proprio perché fantasia e realtà coesistono, par di capire, ogni progetto individuale, ogni azione creativa, è sempre affermazione di un immaginario privato, in cui l’altro, se entra, entra per essere manipolato, perfino violato. “Nei miei sogni – chiosa soddisfatto Noé – ammazzo persone a martellate, e non vado in prigione. Che c’è di meglio?”

Di qui – con un aggancio degno di Tzara – si finisce a parlare di industria cinematografica. Fare un film – come ogni altro progetto – implica mentire, convincere il prossimo ad assecondare un disegno privato. “I registi – dichiara Noé – sono tutti dei succhiacazzi. A Hollywood, in Francia con la televisione: devono esserlo, per trovare i finanziamenti. Il fatto è, per fare un film devi mentire. Quando ho fatto Irreversible, volevo girare una storia di stupro e vendetta raccontata al contrario, sull’onda di Memento, che all’epoca era uscito da poco. Ho dovuto promettere ai produttori che avrebbero incassato dieci volte quello che investivano, e che non ci sarebbero state scene spinte. Mentivo. Ma non c’è altro modo, e sono comunque contento di aver fatto il film. Grazie a quello ho potuto finanziare i miei due film successivi.”

Schmidt prova a incalzare, ponendo il problema dell’autenticità: com’è possibile fare del cinema onesto, se per farlo bisogna mentire? Noé fa spallucce. “il punto – dice – non sono i soldi. Il punto è fare qualcosa che giustifichi la tua esistenza. Qualcosa che ti faccia sentire orgoglioso. Per quello si fa quel che si deve: non si può fare altro. Il resto passa in secondo piano”.

irreversible gaspar noéIrreversible contiene una scena di stupro sul quale si è molto discusso. Noé, solitamente liquidatorio a riguardo, qui concede qualcosa: è vero che non puoi mai sapere. “Un’amica di mia madre – racconta – su suo consiglio, andò a vedere il film in una sala di Buenos Aires. Una settantenne femminista, impegnata. Dice che arrivati alla scena dello stupro, un uomo, seduto a fianco a lei, si sbottonò i pantaloni e iniziò a masturbarsi. L’amica di mia madre era sconvolta, ma non per il film. Quello che ho capito è che le donne, di solito, rispondono bene a quello che faccio. Ma è vero ci sono sempre degli psicopatici, e che non puoi prevedere cosa arriverà a chi sta dall’altra parte del tunnel.”

Si finisce a discutere di tecnica. “Mi piace tenere in mano la macchina, quando faccio un film. Mi piacciono i piani larghi, per catturare quella sensazione di vita che scorre, in modo che gli aspetti violenti o sessuali conservino la propria carica emotiva. Mi piace anche la grana della pellicola, ma non ho problemi ad aggiungerla in digitale”.

Menzioni di stima per Dario Argento (un maestro) e per il suo direttore della fotografia, Benoit Debie, ma prima di chiudere del tutto si ritorna su una nota più filosofica, nuovamente venata di nichilismo: “Non c’è nulla che rimanga, nella vita. Ogni cosa che otteniamo, la perdiamo. Ma alla gente questo non piace sentirselo dire. Preferiscono i film di buoni sentimenti. La malinconia, quella, non paga”.

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