#Locarno69 – La guerra dei sessi: “Wet woman in the wind” e “La prunelle de mes yeux”

In Concorso Francia e Giappone reinterpretano le schemarglie amorose della commedia classica. E se la Ropert ricalca pedissequamente gli schemi, Shiota diverte col suo piccolo, folle “romanzo porno”.

Francia e Giappone partecipano al Concorso con due film che sono una variazione sul tema classico della guerra dei sessi. Axelle Ropert lo interpreta in maniera alquanto pedissequa firmando una delle opere più deboli del Concorso Internazionale, La prunelle de mes yeux, dove le schermaglie amorose del canovaccio tipico della commedia romantica ruotano attorno alla cecità: vera quella di lei, Elise, non vedente dalla nascita, dall’orecchio musicale perfetto e un carattere bizzoso alla Katherine Hepburn; falsa quella di lui, Théo Papagika, trentenne di origini greche, che tenta insieme al fratello Leandro di reinventarsi come musicista di rebetiko per dare seguito all’eredità della nonna, apprezzata cantante, e finge l’handicap solo per reazione al caratteraccio della ragazza.

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la prunelle de mes yeuxRaddoppiando la relazione odio-amore dei due protagonisti con quella dei rispettivi fratelli, Leandro e Marine, creatrice di orecchini bislacchi in disintossicazione da un “uso ricreativo della cocaina”, la Ropert dimostra di aver studiato diligentemente la screwball ma anche di non avere nulla di nuovo da aggiungere al genere. Le battutine facili sulla cecità e la rinomata simpatia parigina verso le varie comunità etniche che affollano la capitale francese dettano la qualità della scrittura, che assembla macchiette buone al massimo per gli sketch in pillole sul web – la psicologa aggressiva, il ristoratore scorretto, l’impiegato delle risorse umane imbecille – per arrivare faticosamente al prevedibile finale.

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kaye ni nureta onnaVa senz’altro meglio al giapponese Akihiko Shiota che con Wet Woman in the Wind, firma almeno un’opera ironicamente folle, se non propriamente riuscita. Girando nell’arco di una settimana e mantenendosi su una durata di poco superiore ai 70 minuti, il regista di Moonlight Whispers tenta di replicare lo schema del cinema pornografico, mettendo in scena una schermaglia sentimental-sessuale che sembra in più di un’occasione debitrice de La cagna di Marco Ferreri.

È lo stesso protagonista, Kosuke, a definire una “cagna vagabonda” Shiori, misteriosa ragazza che finisce in acqua davanti a lui con la sua bicicletta per poi continuare a ossessionarlo con l’offerta continua di sesso, finché – una volta suscitato il suo desiderio – gli si nega fino a sottometterlo, in un ribaltamento dei ruoli.
Guerra dei sessi declinata sulla frenesia dei corpi ma con un approccio ludico che stempera le scene erotiche in momenti surreali e non-sense, che giocano d’accumulo dal momento dell’arrivo della compagnia teatrale proveniente da Tokyo, dando luogo a una lunga sequenza notturna che culmina in una sorta di orgia-happening nel capanno di Kosuke in mezzo al bosco. Se anche spesso Shiota sembra non riuscire a gestire tutte le situazioni, lavorando su guizzi e intuizioni anche felici, poi abbandonate nel corso della storia – come il lavoro sulle emozioni del personaggio, meta-training attoriale risolto in un coreografico pas à deux – Wet woman in the wind ha almeno il merito di provare a reinventare un genere inoculandovi dentro, come un virus che ne corroda il corpo, il suo opposto, palesando una salutare ironia da parte del suo autore, per cui il cinema sembra un gioco di cui ridefinire, a proprio piacimento, le regole.

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