#Locarno69 – La tragicità del quotidiano: Donald cried e Mañana a esta hora – Cineasti del presente

L’amaro coming of age nella provincia Usa e il ritratto familiare colombiano mostrano i limiti di un cinema che, perso tra convenzioni di genere e ricerca di uno stile, diventa privo di autenticità.

Niente di nuovo sotto il sole, finora, nella sezione Cineasti del presente. Deludono gli sguardi di autori poco piu che esordienti ma che appaiono già saturi di stereotipi narrativi, nel modo di raccontare personaggi, situazioni, stati d’animo, senza i quali paiono incapaci di arrivare al cuore delle proprie storie. Il dato più grave è la sensazione che questi giovani registi, relativamente distanti geograficamente, non abbiano quell’urgenza di esprimersi e raccontare che dovrebbe essere il motore di ogni prodotto artistico o mezzo di comunicazione.

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Donald cried dell’americano Kris Avedisian, che scrive, dirige e interpreta, è un racconto tipicamente sundance di ritorni a casa, dove fare i conti con una provincia abbandonata appena dopo il liceo per cercare fortuna nella grande città: il malinconico coming of age di chi ha saltato qualche tappa con cui il confronto è però inevitabile.
Il rimosso ha qui le sembianze dello strambo loser Donald, che Avedisian ritaglia per sé, tentando di arricchire le sfumature del personaggio ma rischiando costantemente l’overacting. Donald diventa “il fantasma del passato” di Peter, tornato per il funerale di sua nonna e bloccato nella città abbandonata in fretta e furia, costretto a ritrovare i vecchi compagni di liceo, le ragazze che lo avevano sempre snobbato e che ora sembrerebbero starci, facendo i conti con i lati meno rispettabili che l’amico-specchio, imbarazzante e fuori luogo, continua a mettergli sotto il naso.

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Versione rimaneggiata e allungata di un suo corto del 2013, Donald cried è un progetto anche sincero, se non altro per il vissuto che l’autore riesce a buttarci dentro, ma pare schiacciato dalla lunga tradizione di questo sottogenere indie, incapace di affondare realmente il colpo e tutto sommato soddisfatto dallo scalfire appena la superficie con cambi di tono veicolati dalla malinconia dei paesaggi innevati e dallo squallore ricercato degli ambienti.
manana a esta horaPeggiore è l’esito del colombiano Mañana a esta hora di  Lina Rodríguez, che risulta addirittura irritante per l’ambizione di discettare sul dolore della perdita e sui controversi legami familiari, scegliendo una messa in scena che vorrebbe adottare uno sguardo neutro, quasi “neorealista”, abusando dei tempi morti per raccontare il quotidiano di questa piccola famiglia – padre, madre e figlia adolescente – fino all’improvvisa (?) morte, ovviamente in fuori campo, di cui raccontare le conseguenze.
Ma per fare cinema d’osservazione bisogna sapere dove indirizzare il proprio sguardo e soprattutto amare i propri personaggi, sentirli, accarezzarli con l’obiettivo per far si che lo spettatore avverta con loro un legame emotivo. La Rodríguez è invece cosi inspiegabilmente ansiosa di far scomparire la macchina da presa, di cancellarne i segni e la presenza da dimenticare che fra quelle mura c’era una storia a cui non ha saputo arrivare, persa tra inutili quadrature del cerchio, come il finale, con un circolare ritorno all’immagine iniziale, cosi studiato, e dettagli leziosi, come l’albero dalle foglie mosse dal vento su cui – finalmente – cala il sipario.

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