#Locarno71 – Antoine Fuqua presenta The Equalizer 2

Antoine Fuqua incontrando la stampa in occasione della presentazione del nuovo film, The Equalizer 2, parla del film, certo, ma parla anche della fede e dell’importanza che attribuisce alla morale, complessivamente, all’interno della sua vita. Un aspetto che lo avvicina molto con l’attore protagonista del suo film, Denzel Washington, che pur nell’assenza a Locarno, viene tirato in ballo inevitabilmente. Dopo il successo ottenuto nel primo episodio che racconta le vicende di Robert McCall, per il regista la sfida era di restare su un livello altissimo di tensione narrativa, con soluzioni intelligenti per comporre un’altra parte del puzzle. Molta importanza secondo il regista è da attribuire ad una sceneggiatura ottima, scritta da Richard Wenk, che ha firmato anche il capitolo precedente.

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“L’aspetto più emozionante delle riprese è stato lavorare ancora con Denzel Washington, io mi emoziono a lavorare con gli attori. Perchè i grandi attori sono imprevedibili, non sai mai cosa aspettarti, è incredibile la magia che portano sul set. Se dovessi descrivere Denzel con due parole, sarebbero impegno e dedizione. Anche lavorare con Ashton Sanders (che interpreta Miles Whittaker, un ragazzo di colore che McCall prende a cuore per evitargli dei guai) è stato fantastico, la gente ancora non è consapevole di quanto possa andare a fondo nei personaggi. Lui mi è stato suggerito proprio da Denzel. Il suo nel film è un ruolo molto importante, il suo personaggio è molto sensibile e sta attraversando quella fase della vita delicata, un’età di passaggio, quando non sei un adulto ma neanche più un ragazzo.”

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Fuqua non ama definire il film con la parola sequel, credendo più efficace a livello lavorativo considerarlo distinto dall’altro, guardare il copione separatamente, per avere meno influenze e rifuggire, nel tentativo di emulare il precedente, da un confronto che è un’inutile dispersione di energia creativa. Molto lavoro di ricerca è stato fatto certamente sul tema della violenza, rigoroso, scientifico, per avvicinarsi al mondo dei servizi speciali ed al loro modo di trattare con la violenza, distinto dall’approccio che con la stessa possono avere i “cattivi” in generale, diretto e brutale. La differenza sta nell’addestramento e dalle reazioni che si hanno in presenza del climax, quando queste persone, sprovviste di superpoteri, come lo stesso McCall, invece di agitarsi dallo spavento, si calmano.

“Per me è stato importante dire che la violenza non è mai una risposta, è brutta, ed una volta fatta, non la puoi cancellare. La violenza è una scelta, si può essere pacifici o violenti. L’aspetto morale è molto importante, cosa molto evidente nel documentario che ho girato su Muhammad Ali. Alla fine della vita devi poterti dire di aver avuto un impulso morale e capire l’importanza di aiutare gli altri. A volte ad esempio bisogna prendere i giovani di petto per insegnargli qualcosa, soprattutto quando è urgente ed utile per salvargli la vita.”

Anche alla definizione di genere cinematografico Fuqua dimostra una certa allergia, confessa di ritenere riferibile tutto alla storia, ai personaggi ed agli eventi della stessa, e di considerare l’action, la macrocategoria alla quale immediatamente verrebbe associato, soltanto in funzione della sceneggiatura, che può prevederla o meno. Come nel passato molti film non sono catalogati e vengono definiti soltanto come “belli”, il regista afroamericano spera che questo non cambi mai e possa essere vero anche per i suoi lavori, nel quale agli imponenti effetti speciali affianca una cura artigianale dei dettagli, senza rinunciare a mischiare digitale ed analogico.