#Locarno71 – Dominga Sotomayor e Kent Jones nel Concorso Internazionale

Rannicchiati ai piedi delle Ande gli abitanti di un piccolo villaggio cercano di assicurare un futuro diverso ai loro figli, con l’ottimismo guardingo di un popolo uscito da una feroce dittatura, è il 1990, in Cile. Gli occhi rivolti all’avvenire di Dominga Sotomayor sono gli stessi dei giovani protagonisti della storia, Sofia, Lucas e Clara, che da prospettive diverse vivono questo isolamento con maggiore o minore sofferenza, e sono alle prese oltre che con un profondo cambiamento sociale con uno interiore legato alla crescita altrettanto dirompente. Tarde para morir joven è il terzo lungometraggio della regista cilena, e viene presentato a Locarno 71 nel Concorso internazionale. Il film racconta di un mondo pre tecnologico di una comunità alla quale mancano anche le cose basilari (l’energia elettrica permanente può considerarsi ad esempio un lusso), circondata da una natura considerata come una barriera difensiva delle insidie cittadine, che potrebbero corrompere le gioventù locale, con la sua forza magnetica ed ignorante che diventa un boomerang per i pericoli che nasconde all’interno.

Tarde para morir joven

Un clima malinconico crea un’atmosfera di sospensione, aiutata da una fotografia tendente all’evanescente, dal gusto vintage, ed un tormento introspettivo, che è come assorbito, non ha sussulti improvvisi, ne la violenza di una sorpresa. Ha un rilascio lento, penetrante, e viene alternato ai momenti più sereni, la condivisione gioviale della festa in un mondo dove i segreti e le intemperanze crescono con la complicità del silenzio.

Nella sezione Concorso internazionale concorre anche Diane di Kent Jones, il viaggio nella solitudine di una donna malata di altruismo, e la cui esistenza si consuma tra le montagne del Massachusetts e le strade ghiacciate di un inverno che non sembra avere fine. Una storia di declino, di perdita di affetti e certezze nel racconto di un’America lontana dalla metropoli che mostra le rughe del tempo sulla carne viva degli individui. Nei corpi in cui i ricordi trovano lo spazio di sedimentare e la memoria come un viatico aiuta a dimenticare l’assenza di opportunità e le privazioni, anche se trascinano contemporaneamente lo strascico lungo dei traumi che inevitabilmente tutti si portano dentro. L’onda lunga della morte stende i tentacoli sopra una famiglia che sembra ormai aver vissuto la parte migliore dell’esistenza e con lo sguardo rivolto all’indietro prova a dimenticare la paura che nasce dalla mancanza di prospettive.

Diane

Diane sente scivolare la sua vita in maniera impersonale, tagliata sulle esigenze degli altri, ma quando le pedine sulla quale è appoggiata cominciano a mancare, annientate o mortificate dalla malattia, le cresce un disorientamento per la presenza di zone vuote che appaiono incolmabili. Di qui la necessità di risintonizzare le priorità, cercare stimoli inediti di sopravvivenza per fuggire da un lesionismo mascherato di buoni propositi. Jones è lontanissimo dagli slogan presidenziali di ritorno alla grandezza, il paese che porta sullo schermo è rassegnato, stanco, malato e non basta un semplice maquillage per invertire la rotta, come non basta per espiare una colpa tenere la testa sotto la sabbia o cospargersi il capo di cenere.