#Locarno71 – Gangbyung Hotel, di Hong Sang-soo

Una delle caratteristiche del cinema di Hong San-soo è di essere allo stesso tempo provvisorio e definitivo. Provvisorio forse per quel carattere di sperimentazione che conserva sempre, conseguenza dell’abitudine ormai consolidata a scrivere di pari passo con le riprese, ed il film presentato a Locarno nella sezione Concorso Internazionale, Gangbyun Hotel (Hotel by the river) non fa eccezione. L’arrivo improvviso della neve sul set ad esempio, invece di rappresentare un imprevisto insuperabile è diventato un elemento, neanche tanto secondario per quella sua luce così accecante e totale, da diventare lo scenario ideale per spingere il discorso verso una linea di trapasso o di ascensione.

Il regista sud coreano apprezzato dai festival di tutto il mondo, con Locarno ha un certo feeling particolare: qui ha raccolto già due riconoscimenti, nel 2013 come miglior regia e nel 2016 aggiudicandosi il premio più ambito, il Pardo D’Oro con Right now, wrong then. Stavolta porta a casa il Pardo per la miglior interpretazione maschile al protagonista  Ki Joobong, con un film sempre molto minimalista, con i pochi personaggi separati da una barriera di genere, ma tutti indistintamente con la medesima espressione di essere giunti ad un crocevia, ad uno snodo fondamentale nel proprio cammino esistenziale.

Il protagonista è uno scrittore che sente arrivare la fine mentre si trova in un albergo situato sulla riva di un fiume, simbolo del divenire sin dalla notte dei tempi, dove tutto scorre e niente è più come prima. In questo posto arrivano a fargli visita i due figli maschi, che hanno tutt’altro che un bel rapporto ad unirli. L’occasione è propizia per disquisire della loro vita, con un linguaggio sempre molto comune e delle simpatiche venature eccentriche, pieno di rimandi a quanto di più profondo risiede nell’animo dell’uomo, le paure, le speranze, l’amore, la famiglia, concetti dal valore assodato, impossibile da misurare con il metro della complessità, sia pure uno strumento sofisticato oltre ogni immaginazione. Non sono i ricordi dei giorni felici quelli che condividono, la nota predominante ha piuttosto qualcosa di recriminatorio ed un velo di cattiveria che la distanzia dal rimpianto.

Un’altra stanza dell’hotel è riservata invece a due donne, una delle quali in convalescenza, che riceve supporto da un’amica. I dialoghi restano anche tra loro compassati, pieni di calore umano, il contraltare rassicurante della faida che contraddistingue l’addio. Nei rari momenti d’incrocio dei gruppi, il maschile ed il femminile, divisi e differenziati anche sul set come dichiarato dal regista, un aspetto che gli ha procurato parecchi grattacapi, i toni finiscono immancabilmente sul tragicomico. Difficile avanzare molto più di un’ipotesi per inquadrare il protagonista, la cui parte è ricca di uscite imbarazzanti. Alcune di queste potrebbero essere legate ad una estrosità professionale, oppure al disinteresse per le formalità quando si comincia ad intravedere il capolinea.

Il bianco e nero è il metodo d’espressione prediletto in questo periodo da Hong Sang-soo, che ne accetta le ricadute stilistiche, in accordo con un metodo che si fa scelta esistenziale, dove a volte può succedere di fare dei discorsi metafisici, ma dove solitamente ci si lascia trasportare da semplici incognite quotidiane, già tanto piene di mistero.