#Locarno72 – Space Dogs, di Elsa Kremser e Levin Peter

Una leggenda diffusa in Russia racconta che il fantasma di Laika vaghi per Mosca. Laika era una cagnetta randagia mandata a morte certa, fu infatti il primo essere vivente che venne lanciato nello spazio. Elsa Kremser e Levin Peter partono dal mito per intercettare il presente. Con Space Dogs, un film che farà discutere, presentato in concorso nella sezione Cineasti del presente, gli autori lanciano degli interrogativi che impattano sull’etica scientifica e la violenza contemporanea per riconsiderare il ruolo stesso degli spettatori sul mondo. Grazie alle immagini di archivio si viene letteralmente catapultati dentro i laboratori di ricerca dove ai cani venivano applicati sensori ed altri marchingegni utili alla ricerca. La voce narrante che apre la finestra sul presente ci introduce sui passi di alcuni cani di Mosca, forti e coraggiosi come non si stanca mai di ripetere, quasi a proporli da modello ideale, prototipo moderno delle cavie di un tempo. Uno di questi cani è particolarmente feroce, ha l’indole e le caratteristiche del capo, e seguendo lui e i suoi compagni di scorribande, quasi si trattasse di un gangster movie di brutalità efferata, si viene portati per le strade della capitale russa, raccontata in maniera decadente, alla stregua di una giungla urbana. Una città incontrollata che nasconde dei segreti e dei canili lager dove selezionare animali da destinare agli esperimenti.

Lo stile del film per la presenza di sequenze molto esplicite di aggressioni ed operazioni chirurgiche ha dei tratti molto crudi, ma le immagini raccapriccianti non sono una concessione gratuita di un criticabile gusto sadico. Vengono sublimate negli spazi siderali dentro abissi visivi e sonori, quasi che una sorta di tabula rasa fosse il prezzo per aver valicato certi confini. Un’apocalisse cui l’uomo guarda con indifferenza ed appare quasi soltanto nelle vesti di un carnefice, impegnato in una autocelebrazione ed incapace di leggere i segnali inquietanti che lo circondano. L’impianto di Space Dogs è documentaristico di carattere osservativo, integrato con l’utilizzo di materiali di archivio, ma in alcune scene prende le sembianze di un film di fantascienza, soprattutto grazie alle musiche, in altre diventa quasi un horror. L’uso perfetto del voice over e degli effetti sonori assicura l’ultimo step che permette al film di lasciare un orizzonte conosciuto per tuffarsi dentro quesiti filosofici e politici di assoluto rilievo.

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