L’occhio di vetro, di Duccio Chiarini

Narrazione ambivalente di una famiglia controversa, in cui fantasmi e colpe non sono mai stati affrontati di petto, in cui si è preferito insabbiare, nascondere, tacere. Al Festival dei Popoli

Cosa significa per un bambino cresciuto col mito dei nonni partigiani scoprire all’improvviso che la sua amata e dolce nonna Liliana, detta Danda, è stata un’impenitente fascista? Si apre così il documentario di Duccio Chiarini, passato in streaming all’interno della programmazione del Festival del Popoli. Una ricostruzione più filologica che storiografica, fatta attraverso i diari e le fotografie, trovati dentro bauli accatastati in soffitte polverose, pile di lettere d’amore, cumuli di analisi del sangue, archivi, diari e certificati. E’ un’indagine materica quella di Chiarini, fisica, di documenti da leggere a voce alta in un quasi costante voice over, luoghi da ritrovare e testimonianze di cui andare alla ricerca. Come Lina Suleiman fa in Leur Algerie, anche Chiarini cuce insieme carteggi privati e documenti storici per raccontare una questione privata. E come esploratori che passeggiano per lande sconosciute, lui e i genitori camminano sulle pagine di diario dello zio Ferruccio, i cui racconti fanno da commentario alle immagini d’archivio dell’Istituto Luce. L’indagine del regista parte dalla casa pisana dei genitori, custode di antichi segreti e cimeli di famiglia. Come l’occhio di vetro del titolo, appartenuto al bisnonno Giuseppe, padre della nonna Danda, mutilato della Prima Guerra mondiale, che tornato da un conflitto che ha disatteso ogni aspettativa, va a nutrire quel terreno di malcontento in cui Mussolini getterà le basi per far proliferare le proprie ideologie e il culto della propria persona.

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Dopo Hit the road, nonna!, suo primo lungometraggio, in cui esplora la vita della nonna paterna Delia Ubaldi, il regista fiorentino questa volta si rivolge invece all’ala materna della famiglia. Incapace di comprendere come nello stesso nucleo potessero convivere posizioni ideologiche opposte senza che questo creasse nessuna tensione, Chiarini indaga a partire dai propri genitori Gioietta e Alberto, che da intervistati si trasformano poi, lungo il corso del documentario, in parte attiva della ricerca del regista, accompagnandolo nelle sue peregrinazioni, increduli anche loro di fronte al passato della famiglia e privati a loro volta di risposte. Della famiglia ormai non è rimasto più nessuno: l’unico superstite è lo zio Ferruccio, fratello di Liliana, vittima di un principio di Alzheimer che lo rende un testimone poco affidabile. La nonna Danda se n’è andata e ha portato con sé ogni possibile risposta o spiegazione, dopo una vita intera passata a sottrarsi alle domande del nipote, chiudendosi in un silenzio assoluto, attento custode di ogni memoria del suo passato fascista. Solo da adulto Duccio capirà che quel silenzio, probabilmente, non celava alcuna vergogna – si evince infatti che l’orgoglio e la cieca lealtà sono caratteristiche proprie dei Razzini – quanto più probabilmente dolore. Neanche davanti al manifesto antifascista appeso in camera da un Duccio adolescente, il muro di silenzio eretto da Liliana vacilla.

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La macchina da presa si muove sui dettagli di fogli ingialliti e attestati compilati a mano da sinuose calligrafie. Storie d’amore che si intrecciano a storie di morte, di vittorie e insanabili ferite. Di zie ribelli e coraggiose, spose di attivisti socialisti, e madri incrinate che sono state a loro volta figlie arrendevoli di fronte alla reticenza materna. Il problema maggiore de L’occhio di vetro è l’assenza di testimoni. Chiarini, e noi con lui, può solo avanzare flebili ipotesi, non riuscendo a trovare risposte certe nelle sue ricostruzioni. I dubbi che hanno animato la sua ricerca permangono fino alla fine, lasciandolo e lasciandoci con un senso tenue di insoddisfazione e incompiutezza. Resta la narrazione ambivalente di una famiglia controversa, in cui fantasmi e colpe non sono mai stati affrontati di petto, in cui si è preferito insabbiare, nascondere, tacere. Di certo c’è la lealtà di una famiglia nei confronti di ogni singolo membro, in cui i rapporti di sangue vengono prima delle ideologie, in cui non serve raccontarsi perché si dà per scontato che gli altri già sappiano: erano tutti lì insieme, gli uni di fronte agli altri, sebbene da parti opposte dello stesso fronte. Quello che resta sono i ricordi di un bambino, l’immagine di una nonna amabile e accudente, seppur elusiva. E tanto basta.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
2.25 (4 voti)
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