Lockdown all’italiana, di Enrico Vanzina

Dove guardano i personaggi di Lockdown all’italiana? Cosa vedono oltre lo schermo della tv, delle chat sullo smartphone e delle videochiamate sul pc? Questi appartamenti non hanno finestre

Verso chi sono rivolti gli sguardi in macchina minacciosissimi di Ricky Memphis e Martina Stella nel finale di Lockdown all’italiana? Chi c’è dall’altra parte dello schermo, nelle sale disertate e nell’idea di target del “prodotto”? Chi sono i “polli da spennare” a cui fa riferimento lei mentre Vanzina dissolve sul nero? La commedia sino ad allora è una visione in più punti faticosa anche per il vanziniano più oltranzista, ma l’inaspettato cinismo della chiosa è un sussulto da cavallo di razza, di quelli che si vedono all’arrivo: d’altronde se Ricky Memphis è sino ad allora stato l’unico volto davvero umano della galleria (la strepitosa telefonata dal letto alla madre), l’improvvisa possessione demoniaca di cui sembra vittima nell’inquadratura conclusiva trasmette un’inquietudine a sorpresa nel primo film da regista di Enrico Vanzina, il cui ultimo credito come assistente alla regia è per il padre Steno in Piedone a Hong Kong (1975).

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Enrico scrive da solo, senza nessun apporto da giovani sceneggiatori come accaduto per il decisamente più accorato Sotto il sole di Riccione, e si fa aiutare da Paola Minaccioni, segnalata come collaboratrice allo script: non a caso all’interprete vengono lasciati una serie di monologhi portati a casa con l’abituale verve (peccato che con Memphis abbiano un paio di scambi solo attraverso l’app di dating “famobingo”…), seppure anche in questo caso sembra non esistere alcun piano d’ascolto nella dimensione del film (con chi diamine sta parlando davvero Minaccioni quando le rispondono dalle finestre del palazzo, o quando si sfoga in videochiamata? È l’abisso), un’assenza assoluta del fuoricampo che si traduce in un’inquadratura da sketch che prevede sistematicamente entrambi i “contendenti” delle varie coppie sempre in scena, senza alcuna possibilità neppure di campo/controcampo.
È lo stesso destino che tocca agli “a parte” drammatici di Ezio Greggio sullo “tsunami” del Covid, e di Riccardo Rossi sulla solitudine della quarantena, recitati in fin dei conti per chi, per quale platea?

E allora non può essere casuale che gli schermi televisivi davanti ai quali questi personaggi passano il loro isolamento non trasmettano mai neppure un istante di “realtà” che non sia già mediata dai tg o “dalla D’Urso” (!), per poi cambiare canale su una serie di omaggi di Enrico Vanzina allo zapping cinefilo come unica salvezza nei mesi di distanziamento, da Alberto Sordi “er numero uno” a Vittorio Gassman (ne La terrazza di Scola), da Profumo di donna versione Pacino al finale di Sapore di mare (scende una lacrimuccia a Martina Stella e un po’ anche a noi). D’altronde la Maria Luisa Jacobelli del piano di sotto che tenta l’avvocato Greggio è una delle “tentatrici” di Temptation Island, il reality terminale di canale 5, qui in pratica nello stesso ruolo ricoperto nella trasmissione: come a dire che oramai davvero questa non è l’uscita, oltre al pianerottolo non si può andare neanche con il cane di peluche, questi appartamenti non hanno finestre.

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Regia: Enrico Vanzina
Interpreti: Ezio Greggio, Paola Minaccioni, Ricky Memphis, Martina Stella, Maurizio Mattioli, Riccardo Rossi, Maria Luisa Jacobelli
Distribuzione: Medusa
Durata: 94′
Origine: Italia, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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