Lost & Found – “Chiedo asilo”, di Marco Ferreri

Cheideo asilo 1Marco Ferreri è stato il regista che forse, meglio di altri, con maggiore sapienza e semplicità infantile ha saputo mettere in scena, nel suo cinema originalmente altro dalla realtà, l’utopia pessimistica del dissolvimento, una specie di antiutopia.

È questa una delle principali prospettive in cui va guardata la ricerca cinematografica del regista milanese. La sua vena perversa, nel 1979, anno di uscita di Chiedo asilo, aveva avuto modo di manifestarsi compiutamente se si guarda alla sua filmografia e, probabilmente, questo film costituisce il primo della fase finale del suo lavoro che ha visto un ripiegamento del suo cinema alla ricerca di un nuovo assetto nel mondo che stava cambiando.

Il film che ha preceduto Chiedo asilo è stato Ciao maschio nel quale la sfiducia nel futuro, concepito con i criteri di quel presente (ma oggi poco è cambiato, anzi…), spingeva il protagonista, interpretato da Gerard Depardieu, a rifiutare la paternità per non perpetrare le rovine di quella civiltà. Ma sono proprio le dichiarazioni che Marco Ferreri rilasciò in occasione di Ciao maschio, a gettare una luce sulla realizzazione di Chiedo asilo. Diceva il regista: “Dopo L’ultima donna mi sono accorto che l’immagine del bambino continuava ad inquietarmi, nonostante io ritenga questo film risolto. Ma riordinavo le idee, raccoglievo materiale per raccontare un’altra storia sul rapporto tra l’uomo e il bambino; però via via che approfondivo la ricerca succedeva che la mia inquietudine si materializzava su un tipo nuovo di uomo, un uomo in cui erano presenti al tempo stesso il bambino e l’adulto”. Parole sicuramente perfette per Ciao maschio, ma assolutamente calzanti per il questo suo film immediatamente successivo che evidentemente doveva assolvere il compito di proseguire la ricerca.

In Chiedo asilo Roberto, il protagonista, cui dà voce e corpo un giovanissimo Roberto Benigni, manifesta proprioChiedo asilo 2 l’atteggiamento richiamato in quella dichiarazione, diventando egli stesso bambino, nel desiderio di rapportarsi paritariamente ai suoi alunni. Nel contempo, questo atteggiamento potrebbe costituire un implicito rifiuto della paternità mascherato da un rapporto paterno molteplice, tanti quanti sono i bambini che gli vengono affidati nell’asilo in cui insegna. Un rifiuto che in questo caso assume una natura forse positiva, un’altra forma di paternità che sfugga alle comuni regole della convivenza e che fa di Roberto un adulto/bambino. Il finale del film, in forma favolistica, tende a riaffermare questa condizione paritaria in un ennesimo cupio dissolvi che sembra essere un tratto distintivo e non rinunciabile del cinema di Marco Ferreri.

Quello di Ferreri è un cinema fortemente segnato da una insistita alterità rispetto ad un generico e concettuale realismo che nel suo manifestarsi denuncia la diretta discendenza ispanica proprio nell’originale elaborazione delle surreali atmosfere delle storie che racconta. Ma in Chiedo asilo Ferreri sembra prendersi una pausa sospendendo l’usuale e grottesca messa in scena della vita. L’autore, infatti, interviene sulle strutture del suo cinema. Un intervento che si manifesta nell’utilizzo di una essenziale libertà di forme espressive, nel momentaneo abbandono del grottesco e di più celate operazioni che fanno del film un interessante laboratorio di idee, nel pur ricco panorama ferreriano. Non vi è dubbio, ad esempio, che una buona parte della scrittura di Chiedo asilo sia affidata al genio verbale di Benigni, alle sue invenzioni discorsive, tanto da costituire, nella memoria dello spettatore, il tratto fondamentale del film. Si aggiunga a questo il desiderio di conferire una resa quasi documentaristica, sia bene inteso priva di qualsiasi piatto realismo, nella quale, invece, si ritrova una realtà sempre eccessiva, benché mimetizzata dalle invenzioni e dalle improvvisazioni che la trasformano in meraviglia proprio come accade guardando le cose con gli occhi dei bambini. Chiedo asilo 3C’è quindi un autentico desiderio di raccontare del rapporto tra l’uomo e il bambino, in cui l’infanzia diventa la dimensione naturalmente sovversiva, il che tradisce una straordinaria benevolenza del regista nei confronti di quell’universo infantile, ma soprattutto di cui si invidia la spontanea forza perturbatrice di consolidati equilibri. Un universo che nell’immaginario del suo autore è deputato alla “conquista del mondo” con un “andate e moltiplicatevi” – come dice il maestro quando porta i bambini in visita alla fabbrica dove lavorano i propri genitori – che diventa un raro controcanto a tutta la sua filmografia più rilevante. In questa prospettiva il titolo del film sembra quasi diventare un’invocazione di aiuto, una richiesta al mondo dei bambini, un’istanza di asilo per sfuggire al mondo degli adulti. Un mondo costruito su una civiltà che Ferreri non ha mai riconosciuto, che il suo cinema ha sempre giudicato assai negativamente, pagando con un sotterraneo ostracismo questa sua inflessibile posizione culturale e immediatamente politica. I toni più smorzati della sua messa in scena non incidono sul senso complessivo dell’opera del regista. Il suo giudizio sulla civiltà dell’uomo resta impietoso anche in questo caso e quest’opera, nel solco del tempo in cui fu girata, resta aperta anche quale contributo all’interpretazione del conflitto del regista tra (anti)utopia e realtà. 

 

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